Quel no a Serra e la finta antimafia del Pd

Il Pd non vuole fare la lotta alla mafia. E non consente di farla neppure ad Achille Serra. Non credo sia possibile accettare alcuna giustificazione a questa rinuncia. Anzi, a questa abdicazione, morale e politica, che costringe un uomo di legge a rinunciare all’azione per la cultura e contro la mafia. Me ne rammarico. Ma è evidente al mondo, anche se non al Partito democratico, e neanche al mio povero amico, e concittadino, Franceschini, che Salemi non è un luogo qualunque della politica italiana, ma un luogo della mente e della ricerca, con possibili effetti sulla vita dei cittadini, e quindi sulla politica.

Per questo e per non cedere ai ricatti dei partiti ho pensato di nominare vicesindaco di Salemi Achille Serra, non un uomo sopra le parti, benché uomo delle istituzioni, in qualità di prefetto volta a volta a Milano, ad Ancona, a Firenze, a Palermo, ma di ogni parte, giacché, intendendo la scelta politica come un impegno del fare e vedendo spesso ridicole le differenze fra destra e sinistra (si pensi che l’attuale presidente dell’importante commissione Esteri della Camera dei deputati è Lamberto Dini, che fu presidente della commissione Esteri della Camera dei deputati durante il governo Prodi: non si è spostato), è stato parlamentare di Forza Italia ed è oggi senatore del Pd.

Dovrò deludere i rappresentanti siciliani del Partito democratico rivelando che la mia proposta è stata quasi un’offerta da parte sua, giacché, in un nostro incontro a Roma, la moglie di Serra mi chiese con convinzione, sull’esempio di Salemi, di fare il sindaco del suo paese per segnare un nuovo tempo e un nuovo modo dell’azione politica. Io le risposi che, per intanto, suo marito poteva fare il vicesindaco a Salemi. Con un lampo negli occhi Achille Serra si dichiarò disponibile e accettò. Ne parlai ancora prima di separarci, gli chiesi se la sua accettazione fosse seria e convinta; lo richiamai nei giorni successivi almeno tre volte; gli confermai la nomina ed egli non ebbe né incertezze né esitazioni. Dopo meno di una settimana, martedì 17, firmai la nomina e contestualmente lo richiamai al telefono senza avvertire dubbi o riserve. Ancora lo richiamai per avere luogo e data di nascita, Roma 16 ottobre 1941, per completare i moduli d’incarico, e lo misi in contatto con il mio addetto stampa, Nino Ippolito, che raccolse una dichiarazione entusiastica e riconoscente (anche registrata, per correttezza).

Trovo dunque offensive e ridicole le dichiarazioni dei due esponenti del Pd Russo e Genovese, il primo caricaturale, il secondo più composto, ma che afferma: «Ho la sensazione che questa nomina più che a Serra e alla città di Salemi, servisse per attirare su di sé l’attenzione». Come se non ne avessi abbastanza, povero Genovese! Era invece una nomina serissima nell’ordine del vano tentativo del Pd di agganciare l’Udc (come in effetti è avvenuto soltanto a Trento). Ricordo infatti che io sono sindaco a Salemi con una lista di centro guidata dall’Udc e ho battuto al primo turno il Pdl e al secondo il Pd. Ho realizzato il teorema quasi impossibile del centro auspicato da Tabacci, divenendo, come dico affettuosamente, un Tabacci riuscito, dove Tabacci è uno Sgarbi mancato.

I rapporti fra me e Serra sono tali e l’amicizia così lunga che la sua presenza certamente impegnativa e impegnata a Salemi sarebbe stata utile nel luogo dove l’antimafia coltiva la leggenda di una mafia forte dominata dal latitante Matteo Messina Denaro, il cui ruolo viene amplificato per consentire ai professionisti dell’antimafia di alimentare la loro retorica. Salvo poi non essere in grado di riconoscere la mafia vera nel grande affare dei fondi europei e nella distruzione del paesaggio attraverso la finzione dell’energia pulita dei parchi eolici. Io solo, come Don Chisciotte, non come Napoleone, ho affrontato questa potentissima espressione di criminalità che coinvolge, come è della mafia, poteri economici, poteri politici e poteri criminali. Si vergognino Genovese e Russo che, mostrando il loro falso impegno antimafia che nessuno conosce e di cui nessuno parla, definiscono Salemi, attaccando me, «luogo del mio vano errare alla ricerca della mente perduta». La mia mente non è affatto perduta, è la loro che è introvabile. Achille Serra aveva accolto entusiasticamente e mi ha confermato la sua volontà, mortificata dal partito, di essere vicesindaco a Salemi, dimostrando di non attribuire ai partiti e alla piccola politica una prevalenza sul pensiero e sulle attività civili. Non l’hanno capito, essendo bigotti. Neppure Franceschini.

Posso sperare che Franceschini, scrittore, abbia dovuto patire la miope pressione del Pd siciliano. E se, al di là delle ragioni di un grande progetto in una piccola città, ed Oliviero Toscani con la sua condizionata adesione ne è testimone, si considerano le valutazioni riconfermate sulla presenza mafiosa nella provincia di Trapani e sulla necessità di ritrovare l’ordine e la legalità, non si capisce perché il Pd non abbia consentito, per penose finzioni politiche, in un ridicolo gioco delle parti, a un uomo dello Stato come Serra di dare il suo contributo. Io andrò avanti con maggiore convinzione. Povero Serra!
Vittorio Sgarbi