«Quel nome è inaccettabile: fino a mercoledì votiamo Letta»

Fabrizio de Feo

da Roma

La partita del Quirinale resta intricata. Con la Casa delle libertà che spariglia le carte dell’Unione, facendo la prima mossa e presentando una rosa di quattro nomi. E il centrosinistra che replica, mettendo in campo l’ipotesi Giorgio Napolitano. Una candidatura su cui la Cdl resta tiepida, rimandando il verdetto definitivo a una consultazione dei leader convocata per la giornata di oggi. In serata, però, arriva una prima secca indicazione. È Roberto Calderoli, uscito da un vertice con Silvio Berlusconi a Villa San Martino, a dettare l’annuncio: «Fino a mercoledì votiamo Letta, poi scendono in campo gli uomini veri. Se si deve candidare un uomo qualificato dei Ds, allora vuol dire che proprio non si è capito qual è il metodo Ciampi». Una bocciatura resa ancora più perentoria dalla voce di Umberto Bossi. «D’Alema o Napolitano cosa cambia? Sono espressioni di una parte sola. È necessario mettere nella rosa anche una persona che rappresenti l’altro cinquanta per cento degli italiani».
Alla vigilia della prima convocazione delle Camere riunite per l’elezione del capo dello Stato, i leader del centrodestra concordano fin dalle prime ore del mattino su un punto: la candidatura di Massimo D’Alema è «irricevibile». La lunga domenica politica della Cdl, divisa tra il comizio milanese per Letizia Moratti e le successive consultazioni romane, produce inizialmente una divaricazione sulla strategia da seguire: se Silvio Berlusconi brucia i ponti, definisce «al limite dell’emergenza democratica» la proposta di eleggere un politico di sinistra al Quirinale e propone «l’ostruzionismo parlamentare a oltranza» e «lo sciopero fiscale» («Se non ci sentiremo rappresentati non accetteremo di pagare le tasse» minaccia al Palalido) se l’Unione non terrà conto delle richieste «dell’altra metà del Paese», Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini mantengono una linea più «trattativista».
I leader di An e Udc, pur ribadendo il no fermo al presidente dei Ds, appaiono disponibili ad aprire a un altro uomo di un partito del centrosinistra, Quercia compresa, al contrario di Berlusconi che a una precisa domanda su Giorgio Napolitano e Giuliano Amato replica: «Sono nomi che hanno il cuore a sinistra e noi vogliamo qualcuno che abbia il cuore nel centrodestra». L’indicazione «unica» del Cavaliere, insomma, fino al primo pomeriggio resta quella di Gianni Letta.
Una strategia «aventiniana» che spinge gli alleati a una consultazione ristretta con Berlusconi. Il leader di An e quello dell’Udc - «irritati» per le parole del premier dimissionario sullo sciopero fiscale - chiedono a Berlusconi di compiere un passo verso l’Unione e allargare la rosa dei candidati. Alla fine la mediazione ottiene un risultato importante: la Cdl trova l’accordo al suo interno e chiede alla «controparte» unionista un incontro. A palazzo Chigi, così, si ritrovano per un maxi-vertice Gianni Letta, Pier Ferdinando Casini, Gianfranco Fini da una parte e Piero Fassino, Francesco Rutelli e Ricardo Franco Levi dall’altra. Le due «squadre» di ambasciatori, dopo i convenevoli di rito, prendono atto che sul nome del presidente Ds nessuna mediazione è possibile. I rappresentanti della Cdl, come primo atto, invitano, infatti, l’Unione a presentare candidature alternative a D’Alema. «A meno che - dicono - non abbiate solo quella, sulla quale conoscete la nostra risposta negativa». Alla fine, di fronte alla ritrosia di Fassino, lo schema si ribalta. Ed è la Casa delle Libertà a presentare una rosa con quattro petali: «in ordine alfabetico», Giuliano Amato, Lamberto Dini, Franco Marini e Mario Monti. Sono questi i nomi su cui la Cdl - con l’esclusione della Lega e della Nuova Dc di Gianfranco Rotondi - si dice disponibile ad aprire il dialogo. Anzi i leader del centrodestra, di fronte alle perplessità dei loro interlocutori, fanno un ulteriore passo. «Non va bene la nostra rosa? Allora fate voi un altro nome» dicono Fini e Casini.
Il ragionamento della Cdl sarebbe stato grosso modo questo: voi candidate D’Alema e noi Letta, i due nomi si elidono; noi ve ne proponiamo quattro e voi rilevate che c’è una sorta di «pregiudiziale» nei confronti dei Ds. A questo punto fate voi un altro nome e noi lo valuteremo con attenzione. Un’apertura che si traduce, in pratica, in un invito a fare il «settimo» nome: quello di Giorgio Napolitano. Il segnale di una modifica della strategia della Cdl arriva poco dopo il vertice ristretto andato in scena a Milano, durante il quale l’Udc si dice pronta a far uscire dall’aula i propri parlamentari qualora la candidatura D’Alema dovesse restare in pista. È Gianfranco Fini a illustrare pubblicamente le modalità attraverso cui uscire dallo stallo. «L’elezione del capo dello Stato - dice il leader di An - deve far registrare il massimo della convergenza. Noi dobbiamo saper guardare all’interno del centrosinistra per individuare qualche personalità che possa essere espressione di una maggioranza più larga». Una «promessa» che viene tradotta in pratica da lì a qualche ora nel corso del maxi-vertice. «Abbiamo ribadito a Fassino, Rutelli e Levi la grande stima politica nei confronti di D’Alema ma la sua candidatura divide e non unisce» spiegano fonti di An. «Berlusconi da Milano è stato in continuo contatto ed è d’accordo sulla rosa dei nomi indicati».
In serata l’Unione fa scattare il «settimo nome» e propone ufficialmente il nome di Giorgio Napolitano. Una figura sulla quale si esprimeranno oggi Berlusconi, Fini e Casini che si riuniranno per emettere il loro «verdetto». I segnali che arrivano appaiono interlocutori. «Non credo possa essere una candidatura condivisibile» dice l’azzurro Fabrizio Cicchitto. Più cauti An e Udc che rimandano a questa mattina una riflessione sulla candidatura dello storico leader della corrente migliorista del Pci. Ignazio La Russa, però, puntualizza: «Non ho titolo per dire sì o no, ma non è ininfluente il fatto che Napolitano non faccia parte della rosa dei quattro nomi. Napolitano è un quinto nome, e non è un quinto nome imprevedibile».