Quel nuovo corso che ritrova sempre i vecchi problemi

Telecom riparte da
Bernabè proprio nel giorno in cui il Paese trova una nuova maggioranza parlamentare e si prepara a un nuovo governo Berlusconi. Che per l’azienda di tlc significa avere quell’interlocutore politico certo e stabile che a Bernabè, arrivato a Telecom l’autunno scorso, era sempre mancato. In questo senso i punti interrogativi che riguardano la strategia futura del gruppo potranno trovare le risposte finora mai arrivate. Nemmeno ieri, in assemblea, con il rinvio di Bernabè di fronte a ogni ipotesi tra quelle ventilate dal mercato o da qualche grande socio quale la famiglia Fossati: no alla fusione con Telefonica, no ad aumenti di capitale, no allo scorporo della rete.
Ma l’impressione è che per Bernabè la strada sia veramente difficile, anche perché i problemi che si trova di fronte sono sempre gli stessi, ma con un anno di ritardo rispetto al passaggio di proprietà avvenuto, appunto, un anno fa. Lo dimostra più di tutto il nodo della governance: alla gestione Pirelli veniva imputata scarsa trasparenza nei rapporti con l’azionista. E sempre alto era il livello di confronto tra la gestione e il ruolo dei consiglieri «indipendenti». Ebbene, il nuovo cda eletto ieri parte con il piede sbagliato. Da un lato il board è più snello, essendo dimagrito da 17 a 15 membri. Dall’altro gli «indipendenti» si sono ridotti ancor di più, passando da 8 a 5, solo 2 indicati dalla lista di maggioranza. Gli altri tre sono arrivati dalle minoranze e uno solo dai fondi: quel Luigi Zingales noto per la severità dei suoi interventi. Ma che è riuscito a passare per il rotto della cuffia, e nonostante diversi tentativi di sgambetto. Anche per il «nuovo corso», iniziato finalmente solo ieri non sarà una passeggiata.