«Quel partigiano che mi difese nell’aprile ’45»

Rievocando il giorno del suo arresto disse: «Mi piacerebbe tornare davanti a quella chiesa di Milano e brindare a champagne»

L’ultima raffica di mitra la scambiò con una formazione di Giustizia e Libertà il 26 aprile 1945, per le strade di Milano, prima di essere catturato dai partigiani con tre suoi commilitoni della divisione «Tagliamento» con la quale aveva combattuto in Valsesia. Carlo Mazzantini me lo raccontò sessant’anni dopo, nell’aprile del 2005, nel corso di un’intervista dedicata al suo ultimo, rabbioso e appassionato pamphlet, L’ultimo repubblichino, nel quale spiegava perché il 25 aprile non può essere una festa nazionale, «perché quel giorno gli italiani vennero divisi in eletti e reprobi». «La strada incrociava un viale alberato - disse - e all’angolo sorgeva una grossa chiesa moderna, non ancora terminata, un grande cubo di cemento, sembrava più che altro un magazzino. Ci arrendemmo dopo aver sparato gli ultimi colpi che avevamo. Fino a pochi anni fa, mi hanno detto, si vedevano sul muro della chiesa i segni dei proiettili. Mi sembra che il viale su cui faceva angolo si chiamasse viale Lazio».
«La chiesa si chiama dei Santi Silvestro e Martino - gli risposi - e solo recentemente è stata completata. I segni sul cemento non si vedono più perché è stata rivestita di mattoncini».
«E gli alberi del viale che avevano le prime foglie, ci sono ancora?».
«I tigli ci sono ancora e ogni anno fioriscono e mandano un forte profumo».
Ci fu un attimo di silenzio. «Come conosce quel posto?».
«Vedo la chiesa dalle finestre di casa mia».
Lì, all’angolo fra via Maffei e viale Lazio, di fronte alla chiesa incompiuta, Mazzantini, «il biondino», «il padovano» e «il cadetto» furono catturati e rinchiusi con altri prigionieri in una cella, vicino ad un garage che esiste ancora oggi. Ogni giorno - ricorda lo scrittore nel libro - «un gruppo di avvinazzati con fazzoletti rossi e mitra, apriva la porta della cella dove eravamo stati rinchiusi, ci tirava fuori a calci e spinte, ci portava “al muro”, interveniva quel giovane capo partigiano, Luciano Riva, si interponeva, c’erano urla, botte, spinte, armi spianate, ma poi lui con la sua autorità, riusciva a ricacciarci in cella e chiudere a catenaccio».
«Ha mai più rivisto il partigiano che vi difendeva?», gli domandai.
«No, ho saputo tanto tempo dopo da un ex partigiano della sua stessa formazione che si è suicidato, un anno appresso. Non so dove sia sepolto. Oggi lo sento come un mio fratello di quei tempi allucinati. Ma sa che cosa le dico? Che la verrò a trovare a Milano, andremo davanti a quella chiesa e stapperemo una bottiglia di champagne».
I tanti anni trascorsi sembravano addolcire il ricordo dei giorni di sangue in cui finì la sua avventura di ragazzo di Salò, scappato di casa a diciassette anni, dopo aver lasciato una lettera ai genitori «perché avevo creduto alla Patria con la maiuscola e quindi credevo anche di doverne difendere l’onore, mentre quelli che mi avevano insegnato quelle belle cose, se l’erano già squagliata».
La bottiglia di champagne non si è fatto in tempo a stapparla.