Quel pellegrinaggio ecumenico trasformato in viaggio «politico»

Andrea Tornielli

La visita ad Ankara, Efeso e Istanbul che Benedetto XVI deve compiere dal 28 novembre al 1° dicembre, diventa ogni giorno più delicata e difficile. Nato come un pellegrinaggio ecumenico, che Papa Ratzinger avrebbe voluto compiere già nel novembre 2005, accogliendo l’invito del patriarca Bartolomeo I, il viaggio ha assunto dapprima una coloritura più «politica»: le autorità turche hanno infatti chiesto e ottenuto di far passare per la capitale Ankara il Pontefice che da cardinale aveva espresso riserve sull’ingresso della Turchia nell’Unione Europea. Si è poi aggiunta la tappa di Efeso per l’incontro con le comunità cattoliche. Quindi la trasferta papale è diventata un appuntamento cruciale per il dialogo tra cristianesimo e islam, dopo le polemiche seguite al discorso di Ratisbona, che conteneva l’ormai famosa citazione dell’imperatore Manuele I Paleologo su Maometto. Proprio dal Gran muftì turco Ali Bardakoglu, infatti, erano arrivate le prime dure critiche al Papa che mettevano in dubbio l’opportunità del viaggio. Mentre ad Ankara, il sindacato dei dipendenti del Diyanet (presidenza degli affari religiosi) si era rivolto al ministero della Giustizia chiedendo l’apertura di un processo penale contro Benedetto XVI e persino «il suo arresto quando verrà in Turchia». Per non parlare della contestuale pubblicazione di un romanzo, molto venduto nelle librerie turche, nel quale si racconta l’uccisione del Pontefice durante la visita.
Dopo un momento di stallo e di riflessione, però, la macchina organizzativa si è rimessa in moto. Le autorità di Ankara si sono infatti rese conto che il rinvio o la cancellazione del viaggio papale avrebbe rappresentato un vero e proprio autogol. Una settimana fa, dopo la definizione dei criteri necessari all’ingresso nell’Ue, il premier turco Tayyip Erdogan aveva ripetuto le sue critiche alle affermazioni del Papa, definendo, inoltre, «manovre» le successive precisazioni di Ratzinger. Non solo. Erdogan aveva anche annunciato che il presidente turco, Ahmet Sezer, avrebbe detto «al Papa le cose necessarie» nel corso della visita in Turchia. Parole che non hanno certo contribuito a creare un clima più disteso e che lasciano immaginare con quale e quanta attenzione saranno soppesati i discorsi che Benedetto XVI pronuncerà.
Nonostante tutto, però, i preparativi sono continuati e proprio in queste ore è in Turchia Alberto Gasbarri, l’organizzatore dei viaggi papali. Tra coloro che desiderano che il Papa non rinunci alla visita c’è sicuramente il patriarca ecumenico Bartolomeo, il quale la scorsa settimana, ricevendo un gruppo di giornalisti nella «Santa Sede» ortodossa del Fanar, aveva detto: «Il popolo turco attende Benedetto XVI con gioia, è un popolo ospitale. E non è la prima volta che un Papa visita un Paese a maggioranza musulmana. Paolo VI e Giovanni Paolo II sono venuti qui in Turchia. Se ci sono in questo momento delle tensioni seguite dalla lezione di Ratisbona, questa è una ragione in più per giustificare il viaggio. Sarà un’occasione per coltivare l’amicizia, togliere i malintesi, sottolineare la necessità di un dialogo tra le religioni monoteistiche. Le circostanze attuali rendono questa visita più interessante, ancora più necessaria ora che in qualsiasi altro momento, ed è importante che né il governo turco né il Papa abbiano voluto rimandare la visita». Il patriarca aveva anche aggiunto di sperare nell’aiuto di Benedetto XVI: «Il Papa ha parlato più volte della necessità di rispettare i diritti delle minoranze religiose. Le minoranze non costituiscono una minaccia per il Paese dove vivono, sono una ricchezza. Cristiani di tutte le confessioni ed ebrei qui in Turchia rappresentiamo lo 0,01 della popolazione. Non vogliamo niente di più che i nostri diritti». E aveva concluso assicurando: «Sono convinto che lo Stato turco prenderà tutte le misure necessarie per proteggere un ospite di rango così alto».
Di certo la vita delle minoranze si è fatta più difficile. I cristiani, ortodossi e cattolici, sono stretti tra la legislazione laica, che non riconosce personalità giuridica alle Chiese, e il crescere del fondamentalismo islamico.