Quel perdonismo amorale che ha armato l’assassino

Lo sventuratissimo A. S. ora dice che non voleva ammazzarlo. Ovvio che non voleva. Lui l’ispettore Raciti non lo conosceva nemmeno. Sapeva solo che era un poliziotto. Voleva soltanto colpirlo. Eppure con quel tubo lo ha accoppato. E adesso forse prova un sentimento in cui la percezione dell’orrore per ciò che hai fatto si confonde con l’oscura sensazione di essere in fondo una vittima. Ed è proprio così: anche lui, come Raciti, è una vittima. Ma ciò di cui sono rimasti entrambi vittime non è – come adesso lui forse si dice per non farsi schiacciare dal senso di colpa – la fatalità. È l’odio che l’uno provava per l’altro e per tutti i poliziotti come lui. E qual è mai l’origine di questo odio?
Su questo tema legioni di esperti del ramo Psiche & Società sono già tornati a sciorinare le loro eleganti teorie. Di solito sono teorie che fra le tante possibili cause di tutte le espressioni, anche le più teppistiche e violente, del disagio giovanile nelle società moderne, non introducono mai il fattore «colpa individuale». Per questi sapientoni nessuno infatti ha mai colpa di niente. La colpa è sempre di qualcun altro. Anzi di qualcos’altro. Della famiglia, della società, del sistema. E in un certo senso è vero. Solo che quando si evocano queste vaghe entità collettive si citano sempre e soltanto gli effetti devastanti del capitalismo. E magari della globalizzazione. E (perché no?) dell’«effetto serra».
Nessuno invece sembra disposto a vedere un nesso fra il furore delle bande degli ultrà da stadio e quello delle armate antiglobali influenzate e indottrinate da ormai circa quarant’anni di dotti discorsi volti a giustificare ed esaltare la violenza contro lo Stato. L’idea che fra i due fenomeni possa esserci un qualsiasi rapporto sembra infatti assurda. Non si vorrà mica insinuare che ad armare la mano di ragazzi incolti e «inconsapevoli» come il giovane assassino di Catania possano aver contribuito un pochettino anche i discorsi dei preparatissimi guru delle nuove lotte «moltitudinarie»; o le dotte lezioncine di ormai attempati sobillatori come l’isterico Toni Negri (che soltanto alcune sere fa, da una tribuna targata La7, con la sua solita tracotanza e il suo solito gergo da sofista da strapazzo, è tornato ancora una volta a scodellare il suo uggioso elogio della «guerriglia moltitudinaria»); o gli sproloqui del triste ma pur sempre «consapevole» Scalzone (che da quando è tornato in patria non fa che dirsi pronto a tornare, se occorre, a sparare)...
Se infatti qualcuno lo insinua, si obietta che nessun ultrà da stadio ha mai sentito parlare di quei profetuzzi e delle loro teorie. E probabilmente è così. Ma quelle stupide idee, anche e soprattutto grazie allo spazio concesso ai loro maestrini dal nostro sistema mediatico, sono ormai diffuse come un tossico impalpabile nell’aria che oggi respirano anche, senza avvedersene, i ragazzi come A. S. Ed è l’aria di un paese in cui può accadere che lo Stato sia rappresentato anche da un energumeno imbarazzante come l’onorevole Caruso.
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