Quel ponte ideale tra Africa e America a mezz’ora da Milano

I cultori milanesi di musica africana-americana stanno per invadere pacificamente la città di Chiasso. Succede da tredici anni, cioè da quando è stato istituito il «Chiasso Festival di jazz e di cultura». Prima che i concerti abbiano inizio nel foyer dello Spazio Officina, poco oltre il confine fra Italia e Svizzera, sembra di essere al Teatro Manzoni di Milano per gli appuntamenti di Aperitivo o al Blue Note: le stesse persone che si riconoscono, si salutano e si scambiano opinioni sul programma. A Chiasso si fa musica oggi, domani e sabato, dalle ore 20.30, con due complessi per sera, ma per i nottambuli ci sono altri gruppi durante il week end. Il cartellone è senz'altro uno dei migliori offerti dal 1998 a oggi. L'inaugurazione spetta ai Quintorigo, insolita formazione italiana che allinea violino, violoncello, contrabbasso, sassofono e si è ormai consacrata alla musica di Charles Mingus, questa volta con il contributo molto atteso della voce di Maria Pia De Vito, recente vincitrice del Top della rivista milanese Musica Jazz nella categoria cantanti. Subito dopo segue uno dei maggiori maestri del jazz internazionale, il sassofonista tenore Gato Barbieri con il suo quintetto (il 5 e 6 febbraio è atteso anche a Milano al Blue Note). Venerdì arriva allo Spazio Officina un importante ensemble svizzero che opera a Ginevra, la Imperial Tiger Orchestra: si distingue per la capacità di realizzare sincretismi fra la musica etiope degli anni ’70, lo stile «elettrico» di Miles Davis e l'esperienza underground dei Lounge Lizards. Il palcoscenico viene poi ceduto all'ottetto del batterista Tony Allen, già braccio destro del leggendario polistrumentista nigeriano Fela Kuti. E' il momento di maggiore originalità del festival, perché le rassegne di jazz si occupano raramente di «riportare la musica africana-americana nel grembo della Madre Africa», come sta scritto sul programma. Lo fa molto bene questo gruppo multietnico, che allinea nella sezione ritmica musicisti provenienti dal Camerun, dalla Nigeria e dalla Martinica. Il punto di vertice del tredicesimo Chiasso Jazz sarà toccato probabilmente sabato, come può pronosticare chi abbia ascoltato di recente a Milano il sestetto di Hamid Drake & Bindu che apre il concerto. Drake è un batterista di precisione e bellezza di suono straordinarie che richiama alla memoria un asso come Max Roach, e chiede ai suoi musicisti di riproporre la seducente bellezza della musica reggae giamaicana e del calypso coniugati con il jazz. Conclude il concerto, prima delle ore piccole, il quartetto del batterista Manu Katché, francese di origine ivoriana, da molti ammirato specialmente con i gruppi diretti da Jan Garbarek. Katché è un virtuoso che, sebbene abbia una tecnica straordinaria, evita il virtuosismo per concentrarsi su raffinate sfumature ritmiche e perfino melodiche.