Quel popolo di complici silenziosi

I Tg ci consegnano l’ennesimo servizio televisivo sulla «monnezza» in Campania. Difficile restare indifferenti. Immaginare di vivere tra montagne di rifiuti o tra i miasmi che si sprigionano dalla loro decomposizione e dalla loro bruciatura è impossibile da accettare, per chi si sente di vivere in un Paese civile. Non a caso, la prestigiosa rivista scientifica «Lancet» ha parlato di «triangolo della morte», mentre qui da noi, più semplicemente, si parla di «triangolo della vergogna».
Immagini che hanno fatto il giro del mondo, consegnando l’idea di un’Italia di serie B. Ma forse sarebbe più corretto parlare di Paese da Terzo mondo. Il primo istinto sarebbe quello di buttare giù una valanga di parole indignate, a difesa della gente e dei suoi diritti violati. Camionate di improperi contro i politici di sinistra, che da dieci anni governano la Regione e molte città della Campania, consegnandoci lo spettacolo finale che è sotto gli occhi di tutti. Risulta fin troppo evidente quanto questa regione sia diventata, per via dei rifiuti, un pozzo di San Patrizio, dove il denaro pubblico scorre via come acqua fresca.
Ma poi, a bocce ferme, la riflessione diventa più amara. Davvero la gente toccata dal problema è esente da responsabilità? Leggo, tra le notizie di ieri, del fermo di trentaquattro persone, titolari di aziende di Salerno, Caserta, Napoli e Benevento, per lo smaltimento illecito di fanghi e acque tossiche sul territorio in questione. Un affare da 7,5 milioni di euro, in mano alle ecomafie o agli ecofurbi.
È l’ultimo anello, in questo caso per fortuna interrotto, di una catena che dura da sempre.
Meno male verrebbe da dire, se non fosse che il cittadino medio si domanda: ma perché finora non s’è mai alzata nessuna voce, neppure una sola volta, per denunciare l’illegalità che era sotto gli occhi di tutti? Perché la gente non è mai scesa in piazza prima, magari col sindaco in fascia tricolore, per dire basta alla profanazione del territorio? Non è una novità che il controllo di esso da parte della camorra era ed è cosa abituale. Un controllo che si traduce nel fare e disfare senza alcun limite legale. Possibile che la gente non abbia mai sentito il fetore di discariche abusive, che non abbia mai avvertito la presenza di giri strani, magari vicino al proprio campo? Quando si conosce il territorio non ci vuole molto per rendersi conto che esistono movimenti sospetti.
E allora le soluzioni sono due: o si va a denunciare, oppure ci si rintana nella cultura del non vedo, non sento, non parlo che porta all’incancrenirsi dei problemi fino a farli diventare irresolubili.
Apprendo che, da tre giorni, è occupato il comune di Terzigno, alla falde del Vesuvio. Qui, in una vecchia cava di tufo, abbandonata, dovrebbe sorgere una delle nuove quattro discariche previste dal governo. La gente dice di non essere contraria alla discarica ma «contro lo scempio di un’area protetta». Ammirevole sensibilità ecologista, se solo trovasse adeguata credibilità in un diffuso senso del rispetto dell’ambiente, magari quello stesso che ha visto l’insediamento abusivo di un milione di persone, che, intorno al Vesuvio, hanno costruito le loro case, senza permessi e controllo ambientale. È il senso della legalità che deve essere ripristinato in Campania, partendo dai vertici politico-amministrativi e, giù giù, fino alla gente. Perché nessuno è sceso in piazza per manifestare contro le centinaia di camion per la raccolta della monnezza, quando erano fermi in deposito per mancanza di manutenzione? O quando venivano assunti centinaia di netturbini, in prossimità delle scadenze elettorali, senza che l’assunzione si traducesse in servizio effettivo? O perché nessuno ha alzato la voce quando venivano nominati dirigenti, quanti ne sarebbero bastati per far funzionare mezza Italia? Su questo tema, Report di Raitre, senza aver ricevuto smentite, ha scritto una delle pagine più angoscianti che si possano immaginare. È contro questa cultura che la gente di Campania deve scendere in piazza, perché il morire di rifiuti potrebbe essere l’ultimo anello di una morte della legalità, ancora più pericolosa.
brunofasani@yahoo.it