Quel potere di veto che il governo ha regalato agli italiani «speciali»

Per capire dove stava il torto e dove la ragione, bastava guardare la direzione di marcia dei cittadini: erano sempre i tedeschi dell’Est a voler scappare verso la Germania Ovest, e mai succedeva il contrario. Così come oggi sono i cubani dell’Avana a voler fuggire verso Miami, e non accade l’opposto.
Prendere atto del quo vadis degli italiani in cammino, può dunque aiutare anche a spiegare la novità istituzionale sempre più evidente nel nostro Paese, dove certo non è in ballo il diritto alla libertà, ma sicuramente quello delle opportunità. E qui, nel pianeta Italia, succede sempre più spesso che connazionali residenti in regioni a statuto ordinario vogliano andare a vivere nelle contigue regioni a statuto speciale. Sono i veneti a voler traslocare nel Trentino-Alto Adige, e mai i trentini e alto-atesini a voler emigrare nel Veneto, che pure in teoria è più vasto e in concreto offre una quantità superiore di diverse occasioni di lavoro. Così come sono i piemontesi a sognare l’approdo nella minuscola Val d’Aosta, e non i valdostani a voler far parte dell’orgoglioso e rigoglioso Piemonte.
La «direzione di marcia» verso le cinque regioni a statuto speciale (Sicilia, Sardegna e Friuli-Venezia Giulia oltre alle due già citate) da parte di comuni, province, enti che si trovano nelle quindici regioni «normali», dimostra che l’equivoco deve finire. L’equivoco per cui, sessant’anni dopo, cinque regioni nelle quali abitano circa nove milioni di cittadini possano continuare ad usufruire di molte più competenze, risorse e denaro da gestire - e da gestire in modo autonomo - rispetto agli altri cinquantun milioni di italiani che tirano la carretta nelle quindici regioni di serie B. Nelle quali, e comprensibilmente, gruppi di cittadini si organizzano e si ribellano per pragmatici motivi politico-economici, posto che non si comprende, decenni dopo la concessione di quelle cinque «specialità» da parte del Parlamento, perché nel 2007 alcuni italiani dovrebbero continuare ad essere molto più eguali degli altri. Beneficiando di un privilegio quasi dinastico: basta infatti nascere nei pressi di Bressanone, Aosta, Messina, Udine o a Cagliari per poter godere di molte maggiori prerogative di politica istituzionale e di autonomia legislativa rispetto a chi nascesse «colpevolmente» dalle parti di Milano, Verona, Napoli e persino Roma.
Ma anziché porre le fondamenta per mettere fine a quest’Italia a due velocità, il governo annuncia che erigerà un muro costituzionale per far sì che le classi politiche privilegiate possano evitare di dover elargire ad altri i frutti del loro anacronismo. Il solito dottor sottile (Giuliano Amato) ha perciò escogitato e teorizzato un disegno di legge costituzionale per stabilire che anche la provincia eventualmente ricevente la richiesta di aprire le sue porte a un Comune proveniente da una più sfortunata regione, debba sottoporre tale richiesta a un referendum. In pratica, si dà ai territori già «speciali» anche il diritto di veto, il diritto di decidere «no tu no». Con ciò riconoscendo a chi dovrebbe annettere la nuova istituzione l’arbitrio non solo di perpetuare l’egoismo istituzionale - perché mai dover condividere con altri i propri vantaggi? - ma pure la facoltà di scegliere tra parenti ricchi e poveri. Per esempio col Trentino-Alto Adige che magari dice di «sì» all’internazionale Cortina, ma poi respinge i desideri dei tremila provinciali di Lusiana (Vicenza). Nell’era della globalizzazione senza confini si legittima così il principio dei figli e dei figliastri nei governi locali d’Italia. Di più. Si consente ai primi, e «speciali», persino la possibilità di decretare loro quali vicini ospitare e quali lasciare sull’uscio. Col piccolo dettaglio che, intanto, cinquantun milioni di italiani continuano a pedalare con la certezza di non poter mai avvicinare quei nove milioni di connazionali in fuga legislativa e amministrativa da sessant’anni.
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