Quel povero «Tartufo» salottiero e buttato in burletta

Nonostante il divertimento con le macchiette di Licia Maglietta, Angelica Ippolito e Valerio Binasco, delude l’opera di Molière messa in scena da Carlo Cecchi

Credo che pochi esegeti di Molière si siano posti il problema, controllando la datazione tra le due stesure di Tartufo e quella del Don Giovanni in quella decade 1660-1670 così fertile di splendide promesse per il maggior poeta del teatro francese, della genesi del grande libertino spregiator degli dei e degli uomini. Il quale nasce dal nero sparato penitenziale dell'ipocrita servo di Dio che, dopo aver fatto piazza pulita degli averi del suo ignaro ospite Orgone, tenta di strappargli l'onore possedendo sotto i suoi occhi la virtuosissima consorte. Un'ipotesi che potrebbe fornire più di un estro alla messinscena del capolavoro ma che, stranamente, viene ignorata da chiunque si accinge a ricreare le malefatte di questo cupo eroe. Né Missiroli né, in data più recente, la finissima Ariane Mnouchkine si sono infatti mai preoccupati di porne in luce la diabolica dipendenza.
Ora Carlo Cecchi, di cui apprezziamo le doti di instancabile ricercatore che, rifuggendo dal risaputo, tenta con successo le impervie vie dell'ignoto, affrontando questa superba tragedia cui un finale edificante appiccica un happy end da salottiera commedia di costume, non si pone stranamente il minimo problema interpretativo. Scambia infatti Tartufo per una farsa geometrica e perfetta degna tutt'al più di figurare con decoro nel decalogo di Scarpetta che nel libro d'oro di Molière riducendola a puro e semplice trattenimento giocoso. Raduna una bella compagnia di attori a cominciare dal Tartufo ambiguo e impudico di Valerio Binasco e poi si limita a scatenarli in un interno dove non si fa fatica a immaginarli alle prese coi tormenti del ragout domenicale di Sabato, domenica e lunedì. Ben poco, anche se il divertimento è assicurato dalla spinosa Licia Maglietta e dal gran macchiettone sinistro e altezzoso della rediviva Angelica Ippolito. Peccato, dal momento che Cecchi stesso, autoironico e sfottente come non mai nelle vesti del malcapitato Orgone, sottintende a tratti la natura eccentrica della pièce immortale.

TARTUFO - di Molière Stabile delle Marche e Mercadante di Napoli. Regia e interpretazione di Carlo Cecchi. A Firenze fino a domenica, a Roma dal 13 marzo all'1 aprile.