Quel pressing sul Montepaschi che Fassino non vuol ricordare

Il segretario: «Mai nessuna ingerenza nell’Opa su Bnl». Ma a Siena ricordano telefonate e incontri per convincerli ad aiutare Consorte

Giuseppe Salvaggiulo

da Milano

«Non mi sono ingerito in niente». «Ho parlato solo di cose già avvenute». «Si tratta di conversazioni puramente informative». Così Piero Fassino, segretario dei Ds, ha spiegato le ripetute telefonate nel luglio 2005 con Giovanni Consorte, all’epoca presidente di Unipol, per parlare della scalata alla Bnl.
Davvero l’interesse per la sorte di Bnl era «puramente informativo» e relativo solo a «cose già accadute»? Non la pensano così a Siena, roccaforte del Monte dei Paschi. La più antica banca italiana è controllata da un’omonima fondazione, a sua volta nelle mani di Comune e Provincia a guida Ds. Quindi, di fatto, la banca è controllata dai Ds locali. Ai quali i vertici nazionali vorrebbero imporre la loro voce. E questo genera contrasti durissimi. Da anni a Siena si parla di un matrimonio con la Bnl. E da anni il Montepaschi resiste. Anche alle sollecitazioni che arrivano dai Ds nazionali. Più il Botteghino spingeva per l’aggregazione con altri istituti bancari, più i Ds senesi si chiudevano a riccio, timorosi di perdere il controllo di un gioiello che solo nel 2004 ha distribuito sul territorio 145 milioni di euro in contributi.
Pierluigi Piccini, ex sindaco di Siena, nel 2001 si apprestava a diventare presidente della Fondazione. A Siena erano tutti d’accordo: partito, istituzioni, categorie economiche. A Roma no. L’allora ministro dell’Economia, il Ds Vincenzo Visco, sfornò una norma ad hoc che gli sbarrò la strada. Piccini, oggi in rotta con il partito, ha sempre sostenuto che la sua «colpa» era la contrarietà alle nozze con la Bnl, caldeggiate dalla Quercia.
Silurato Piccini, alla presidenza della fondazione arrivò Giuseppe Mussari. Con lui, l’operazione Montepaschi-Bnl fu messa in cantiere. Nel 2003, la fusione sembrava fatta. Ma il governatore di Bankitalia Antonio Fazio imponeva alla Fondazione Montepaschi di scendere dal 30 al 20% del nuovo soggetto bancario. Un «testimone diretto di area Ds» ha raccontato a Diario che Fazio faceva leva, nella trattativa, sul sostegno della Quercia nazionale. Ma ciò non fu sufficiente a convincere i senesi, che preferirono rinunciare al matrimonio piuttosto che perdere il controllo della banca.
Da allora, in città lo scampato pericolo viene considerato un monito per il futuro. E lo stesso Mussari ha contrastato il matrimonio con la Bnl. «Per noi la vicenda è irrevocabilmente chiusa», diceva il 30 aprile 2004. Su questa linea nel 2005 si è guadagnato la riconferma alla testa della fondazione, irritando il Botteghino. «Se il Montepaschi non esce subito dal suo isolamento diventerà una piccola banchetta locale», è il giudizio lapidario di Visco, che ha definito «medievale» l’atteggiamento dei senesi.
Con il lancio dell’offerta del Banco di Bilbao su Bnl, riparte il pressing dei Ds per un intervento senese a sostegno di Unipol. L’alleanza rafforzerebbe l’operazione. Il tentativo decisivo avviene il 14 gennaio 2005. D’Alema e Fassino convocano a Roma le autorità senesi: sindaco, presidente della Provincia, segretario del partito, presidente della Fondazione Montepaschi. Tutti Ds. I romani spingono, i senesi frenano. Il vertice non produce risultati: il Montepaschi non s’impegna e resta alla finestra.
Una settimana dopo, arriva l’anatema di Visco su Siena: «L’isolamento della fondazione rischia di portare il Montepaschi fuori mercato». In Parlamento, i Ds non si oppongono alla norma (cosiddetto «emendamento Eufemi») che imporrebbe un tetto del 30% alle partecipazioni delle fondazioni nelle banche (per il Montepaschi ora è il 49%). Dopo il voto, Nicola Latorre, fidatissimo senatore dalemiano, sentenzia: «Le fondazioni sono il simbolo della conservazione».
A Siena la considerano una vendetta del Botteghino per il gran rifiuto sull’operazione Bnl. Ma non cedono, come dimostra una telefonata intercettata dalla Procura di Milano l’8 luglio 2005, in cui Stefano Bellaveglia, dalemiano senese e vicepresidente del Montepaschi, si sfoga col finanziere Chicco Gnutti: «È un’operazione che avrei voluto far fare al Monte, ma non ci sono riuscito. Io sto con D’Alema e Fassino, ma bisogna tener conto del fatto che qui ci sono Comune, Provincia e azionista (la fondazione, ndr) che non la pensano allo stesso modo».
A proposito di telefonate. Ce n’è stata anche una di Fassino al segretario Ds senese Franco Ceccuzzi, per convincerlo a far partecipare il Montepaschi alla scalata di Unipol. Anche questa, come quella a Consorte, era solo «una conversazione puramente informativa su cose già avvenute?».
giuseppe.salvaggiulo@ilgiornale.it