«Quel prete non si avvicini più ai bimbi»

Mai più a contatto con i bambini, fino alla fine dei suoi giorni. Per don Marco Redaelli, sacerdote salesiano accusato di violenza sessuale, il tribunale di Milano stabilisce una pena aggiuntiva. Oltre ai due anni e mezzo di carcere che gli vengono inflitti per gli abusi su una bambina - condanna che non sconterà mai, perché gli viene concessa la condizionale - i giudici riservano all’anziano sacerdote un provvedimento che ha un obiettivo preciso: impedirgli di cadere di nuovo in tentazione, mettere una barriera tra di lui e le sue vittime potenziali.
Il tribunale stabilisce che il prete di Arcore è colpevole: nonostante le sue proteste di innocenza, nonostante la solidarietà dei suoi parrocchiani, le testimonianze dei suoi colleghi sacerdoti. Nonostante, insomma, tutta la battaglia in sua difesa - e le accuse di rara asprezza lanciate di rimando contro il padre della sua piccola vittima - i giudici della Quinta sezione (presidente Ilaria Simi de Burgis) ieri hanno ritenuto dimostrato che il pomeriggio del 24 settembre 2007 don Marco si dimenticò dei suoi doveri di uomo e di sacerdote, e infilò le mani nelle mutande di una bambina di sette anni.
Per questo viene condannato a due anni e mezzo di carcere. É la metà di quanto aveva chiesto la Procura, perché il tribunale ha ritenuto che fu una violenza di modesta entità. Ma è comunque la conferma che né la piccola né suo padre si inventarono nulla. A mentire, sospetta invece il tribunale, furono anzi due sacerdoti venuti in aula come testimoni a difesa di don Marco, e nei cui confronti gli atti vengono trasmessi alla Procura della Repubblica perché proceda per falsa testimonianza e favoreggiamento.
Dei non pochi casi di stupri attribuiti a sacerdoti, il caso di don Marco era stato particolarmente dibattuto: soprattutto per la reazione della Chiesa e in particolare dell’Ordine dei Salesiani, che avevano accusato il padre della piccola di essersi inventato tutto per estorcere denaro alla parrocchia.
In un’intervista al Giornale, il padre della bambina aveva denunciato il comportamento delle gerarchie ecclesiastiche: «Vuole sapere quale fu la reazione dei salesiani quando denunciai il prete che aveva messo le mani addosso a mia figlia? Fu una reazione molto semplice. Mi dissero: lei non doveva andare dai giudici, doveva venire da noi, adesso si arrangi. Da quel giorno mi hanno fatto terra bruciata intorno». L’intervista all’uomo aveva fornito un riscontro a quanto pochi giorni prima sempre al Giornale, aveva dichiarato il procuratore aggiunto Pietro Forno descrivendo come dall'interno della Chiesa esista una tendenza cronica a nascondere e insabbiare i casi di abusi. La sentenza di ieri sembra confermarlo.