Quel primo romanzo dimenticato

«Voci dalla strada», scritto fra il ’52 e il ’53, è dominato dalle sue paure. E dal fantasma della sorellina morta

Dici Philip K. Dick e all’istante ti si ripresentano gli scenari apocalittici di Blade Runner, le grottesche creature di Total Recall, il dramma classicamente futuribile di Minority Report, celebri film nati dalla sua penna. Dici Philip K. Dick, insomma, e vieni catapultato nell’Altrove, salvo poi scoprire, nel dipanarsi della narrazione, che quell’Altrove è molto «Qui», è molto «Oggi»... Genio visionario: definizione buona per tutte le stagioni dello scrittore nato a Chicago il 16 dicembre 1928 e morto il 2 marzo ’82. Visionario perché fantasioso, visionario perché «da vedere». Al cinema o con gli occhi della propria, personalissima, immaginazione. È il Dick che sta «fuori» di sé (e anche un po’ «fuori» di testa...) e da laggiù ci chiama a gran voce, impaziente di mostrarci il suo colossale spettacolo.
Non gli è da meno, tuttavia, l’altro Dick, il Dick che sta «dentro» di sé, senza la targa SF (Science Fiction), e s’abbevera alle fonti inesauribili di Proust, Joyce, Stendhal, Flaubert... Classici amori di un giovane non ancora trentenne il quale, nei primi anni Cinquanta, sta cercando la propria via. Lo troviamo, quel ragazzo inquieto, nelle pagine di Voci dalla strada, il romanzo che sua figlia Isa (come spiega nell’intervista che pubblichiamo in questa pagina) ha tratto dall’oblio e che l’editore Fanucci pubblicherà in febbraio (traduzione di Maurizio Nati). Scritto fra il ’52 e il ’53, Voci dalla strada è la storia di un uomo apparentemente giunto sul crinale della felicità e della serenità familiare ma che il contatto con una setta religiosa metterà di nuovo, pericolosamente, in gioco.
Ecco manifestarsi i temi della paranoia, dello sdoppiamento, ecco il male di vivere originato dal «peccato originale» dell’esser nati e dell’esser sopravvissuti. Nella biografia di Dick Io sono vivo, voi siete morti (edita l’anno scorso da Hobby & Work), Emmanuel Carrère ha messo in evidenza il peso di un macigno, sulla vita dello scrittore. Quel 16 dicembre del ’28, mamma Dorothy diede alla luce due bimbi prematuri, Philip e Jane. Ma quarantun giorni dopo la sorellina morì. Quella tragedia «primaria» sarà sempre presente nell’opera di Philip, un filo conduttore che tiene insieme deliri e fughe in avanti, introspezione e schizofrenia. Una dannazione che lo accompagnerà nei suoi viaggi senza ritorno.