Quel professore amico degli studenti

(...) Nel Sola studioso convivevano due personalità, come non mi sono stancato di ripetergli. Per un verso non aveva la penna facile. Scriveva a mano e, alla scuola dell'Accademia del Cimento, provava e riprovava. Metteva giù e poi cancellava e aggiungeva di continuo. Solo quando, perfezionista com'era, finalmente non aveva da ridire con se stesso, cominciava a dettare al Cireneo di turno seduto davanti al computer. Per un altro verso, invece, era un oratore scintillante che non ci si stancava mai di ascoltare. Come tutte le persone intelligenti, aveva il senso dell'ironia e dell'autoironia. Insomma, non si prendeva troppo sul serio. E celiava quando riceveva operette di giovani studiosi con l'immancabile dedica «Al chiarissimo Professor Giorgio Sola in devoto omaggio». Maestro di Scienza della politica, si è sempre confrontato con tutte le parrocchie politiche non confondendosi mai con nessuna. Tutto sommato, era un apota. Ma sì, uno che non la beveva tanto facilmente. Per sfotterlo gli imputavo scherzosamente di vestire - che Iddio ci scampi - come un intellettuale di sinistra. Con tanto di scarpe di camoscio, pantaloni di velluto e giacche sportive di un genere un po' così, se non addirittura - orrore - con pullover british. Ma lui mi obiettava non senza ragione di averne viste tante e che - sebbene coccolato di continuo da questa o quella fazione - lui, da quell'uomo libero che era, non intendeva legarsi a nessuno.
L'uomo non era da meno dello studioso. A chi non lo conosceva a fondo poteva dare l'impressione di un disincantato che la sapeva lunga. In realtà era di un candore disarmante. Ha donato tanto. Ai suoi studenti che, rapiti dalle splendide lezioni, sovente gli chiedevano la tesi di laurea. Ai suoi molteplici allievi, che seguiva come la chioccia i suoi pulcini. E all'occorrenza si fermava al Dispos, il Dipartimento di Scienze politiche e sociali del quale è stato per lungo tempo direttore, fino a tarda sera per correggere i lavori altrui. Invece per sé non ha mai chiesto niente, pago di un'attività che lo gratificava più di ogni altra cosa al mondo. Tant'è che in ventisette anni d'insegnamento dall'alto della sua cattedra, non si è mai concesso un anno sabbatico. Nella convinzione che ricerca scientifica e insegnamento universitario debbano procedere di pari passo. Ma è soprattutto l'amico, l'amico impagabile, che qui voglio ricordare. In una città all'apparenza chiusa, che non apre certo di frequente la porta di casa a chi viene da fuori, lui, Giorgio, la sua la spalancava. Nei primi giorni della settimana, quando giungevano da fuori i colleghi forestieri, la sua abitazione assomigliava a un porto di mare. Un'altra moglie avrebbe messo il broncio a un marito tanto ospitale. E invece la moglie, la cara Anna Giulia de Rege, ha sempre avuto un sorriso per tutti. Felice che il suo Giorgio accogliesse in casa un'allegra brigata di amici fidati. E così, tornata dall'ufficio in Regione, oltre a seguire i compiti dei suoi rampolli, Mario e Maurizia, due ragazzi in gamba, si metteva di buon grado ai fornelli e diventava la nostra vivandiera con piatti semplici e saporiti da leccarsi i baffi.
La giornata di Giorgio, però, non era ancora finita. Le squisite cene, impreziosite dalle sue fulminanti battute, erano spesso interrotte dallo squillo del telefono. Il filtro della moglie, che non sapeva dire di no, era un colabrodo. E del resto Giorgio non si negava mai a nessuno. Più paziente di Giobbe, sapeva ascoltare. E per tutti aveva un consiglio, per tutti una parola buona. Fin quasi alla fine, quando - accidenti alle malattie - le forze gli sono venute meno. Ora che non ci sei più, Giorgio, noi che ti abbiamo voluto bene e continueremo a volertene, ci sentiamo più soli.
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