Quel Professore del Sud che piaceva ad Al Jazeera

Diceva: «Se non fossi un tecnico vorrei fare il maestro elementare, sono mestieri simili». Amava l’Africa, infiammò la Genova rossoblù

Alessandro Ursic

Per qualcuno era presuntuoso e arrogante. Altri invece l’amavano, perché era uno dei pochi che aveva il coraggio di dire cose sincere nel diplomatico calcio di oggi. Di certo era unico: se dicevi «il Professore», potevi pensare solo a lui. Franco Scoglio da Lipari. Quel soprannome gli veniva dalla laurea in pedagogia, dal sogno di essere maestro elementare se non fosse stato un allenatore («mestieri simili», diceva). Ma soprattutto perché, quando parlava, Scoglio sembrava pontificare da una cattedra. E lo sapeva fare con simpatia, facendosi amare da chi vive con le chiacchiere del calcio, i processi, le polemiche. Perché in fondo era un tifoso lui stesso, uno vero. «In uno stadio vuoto, con diretta tv per duecento milioni di telespettatori, io non ci sto, cambio mestiere. Se mi manca l’urlo della folla, sono morto», aveva confessato.
Nato in una famiglia povera nel 1941, si è fatto una gavetta nel profondo sud di cui andava fiero: Reggina, Gioiese, Messina (dove lanciò Schillaci), Acireale, Akragas. Il grande calcio fece la sua conoscenza solo a fine anni Ottanta, quando portò il Genoa in serie A. Il massimo campionato per uno che non si riteneva secondo a nessuno. «Voglio tornare in A, lì ci sono tecnici inferiori a me», ammetterà qualche anno dopo. Scoglio conciliava cultura e humour in una miscela tutta sua: «Non faccia casino lì in fondo, altrimenti io parlo ad minchiam», disse a un giornalista in conferenza stampa. Un innovatore nel linguaggio e nella teoria: «Nel mio calcio contano solo palla e spazio, l’avversario è un’ombra» e «La maggior parte delle partite dovrebbe finire 0-0, ma le cellule impazzite ne cambiano i connotati» rimangono frasi celebri.
Negli anni Novanta fu meno fortunato, senza riuscire mai a finire una stagione tra Bologna, Udine, Lucca, Pescara, Torino, Cosenza, Ancona. Ma Genova gli rimase dentro, tornò al Grifone altre due volte lasciando anche la panchina della Tunisia avviata verso i Mondiali. I tifosi genoani gli volevano bene, e come si fa a non amare uno che dice al presidente Spinelli, camminando su un molo, «vede, anche i gabbiani vogliono che lei mi rinnovi il contratto».
Negli ultimi anni si era riciclato come commentatore, ed era scoppiato l’amore per l’Africa, con le esperienze come ct di Tunisia e Libia. E per finire l’esperienza ad Al Jazeera, dove commentava il campionato italiano. «Sono in fuga da anni. Mi sento un po’ profugo, orfano di un mondo dove le regole non erano opprimenti e inadatte alla nostra indole, come ora». Parlava col cuore, Scoglio. Lo stesso che ieri ha smesso di battere, mentre lui si infervorava per il suo amato Genoa.