Quel quarto mandato per un abile navigatore

da Roma

«Duro sì, ma cattivo proprio no, sono pronto a perdonare gli errori, anche se non me li dimentico. E sono abituato a parlare chiaro, a studiare a fondo i problemi e poi a decidere rapidamente», questa autodefinizione di Pier Francesco Guarguaglini rispecchia il carattere e l’approccio nei confronti di collaboratori e avversari dell’ingegnere elettronico toscano, che dal 2000 è alla guida di Finmeccanica e che è stato confermato al timone della società di piazza Montegrappa fino a metà 2011, per il quarto mandato. Una riconferma che è a un tempo un riconoscimento per quanto realizzato in questi anni e, una scelta, considerando le sfide che attendono Finmeccanica, in un mercato mondiale sempre più difficile e competitivo.
L’intera carriera di Guarguaglini si sviluppa all’interno dell’industria elettronica, aerospaziale e della difesa italiana, partita nel 1963 presso la allora Selenia. È arrivato al vertice senza rinnegare la sua «pelle ingegneristica» e ne sanno qualcosa i capi delle aziende controllate quando devono discutere strategie, investimenti, valutazione di redditività dei programmi, rischi tecnologici: non c’è modo di «imbrogliare», perché PFG, come è noto in Finmeccanica, è pronto a cogliere i punti deboli, le cortine fumogene, i trucchi. Inutile tentare, si finisce solo per essere messi alla griglia, né si può cercare di sviarlo professando fede juventina, una delle sue poche «debolezze».
Il patrimonio di esperienze è un atout cruciale nel settore dell’alta tecnologia di cui Guarguaglini padroneggia ogni aspetto e che gli viene riconosciuto dai suoi omologhi internazionali che conosce da molto tempo. Quando discute o negozia studia a fondo ogni aspetto, industriale, tecnologico, economico, strategico, ed è poi rapido a prendere le decisioni. Seguendo però, oltre che le opportunità, anche l’istinto. E quando illustra le sue mosse, facilmente salta i passaggi intermedi, per lui sono scontati.
Con gli anni è diventato anche un abile navigatore politico ed è riuscito a convertire capi di governo di ogni colore in sostenitori o addirittura «sponsor» dei prodotti e delle ragioni di Finmeccanica, una novità per l’Italia. PFG si è dimostrato un risanatore di aziende: tra il 1999 e il 2002 ha rimesso in piedi una Fincantieri in grave difficoltà, quindi ha riportato in pareggio le attività civili di Finmeccanica che in precedenza producevano solo perdite.
Il modo migliore per poi potersene disfare, con eleganza, attraverso collocamenti in Borsa o alleanze, visto che la politica non ha mai consentito vendite tout court. Ma alla fine è arrivato comunque all’obiettivo, concentrare Finmeccanica sul core business aerospazio-difesa e trasformare una holding di Stato, sconosciuta fuori dai patri confini e che un tempo valeva meno rispetto alla partecipazione in Stm che aveva in portafoglio, in un colosso internazionale e con un’ottima reputazione.