Quel rapporto a due tra eccitazione e noia

Roberto Cavosi è un drammaturgo italiano di straordinario talento che, al di fuori del piccolo mondo del teatro, è inspiegabilmente sconosciuto. Un suo testo recente, «Antonio e Cleopatra alle corse», ha ottenuto il riconoscimento speciale della giuria al Premio Riccione 2007 ed è da oggi in scena al Franco Parenti fino al 28 maggio, con la regia di Andrée Ruth Shammah. Al centro della pièce troviamo una coppia di anziani coniugi che, quasi a evidenziare lo sfondo infantile della loro relazione, si apostrofano reciprocamente Bambino e Bambina, si fanno di continuo i dispetti e giocano con puerile crudeltà. Bambina è afflitta da intolleranza alla luce del sole, una rara malattia con cui somatizza la sua allergia alla vita, la sua inettitudine ad affrontare la complessità e la precarietà dei rapporti umani. Bambino è un adolescente invecchiato, una persona che a sua volta preferisce spiare la vita degli altri invece che vivere la propria, il classico marito che campa a scrocco di una moglie ricca e avara. Bambina infatti, ossessionata dall'idea del tradimento e dell'abbandono, gli passa solo lo stretto necessario e dilapida i suoi averi scommettendo su tutti i cavalli dati per perdenti. Il loro appartamento è un'immensa sala corse, una stanza satura di schermi che trasmettono in diretta i risultati di ogni gara, all'interno della quale lei vive come una reclusa a cui è concesso un unico svago, lui come un bookmaker frustrato a cui tocca di perdere grandi somme per conto terzi. Il gesto di scommettere, di puntare su qualcosa che avverrà, serve comunque a proiettarli nel futuro, a dare alla loro esistenza un orizzonte temporale meno angusto di quello in cui sono confinati. Entrambi vivono in un presente apparentemente senza soluzioni, in una condizione stagnante dalla quale Bambina vagheggia di uscire, esponendosi alla luce del sole e mettendo in tal modo fine alla propria vita, e nel quale Bambino invece ha imparato ad ambientarsi. Annamaria Guarnieri e Luciano Virgilio, i due interpreti della pièce, sono eccezionalmente bravi nel rendere a tutto tondo la fragilità costitutiva dei loro personaggi, ma sono soprattutto abili nel mettere a nudo uno strano rapporto impregnato di autentica disperazione e di ambigua tenerezza, di humour crepuscolare e tragedia allo stato puro, di noia prolungata e di flebile eccitazione. Andrée Ruth Shammah, in questa che è forse la sua regia più riuscita, ci offre un bell'esempio di «artigianato teatrale» che fa perno sull'espressività degli attori, ridisegnando la scena in modo tale da farne spiccare anche le peculiarità più nascoste. Il merito più consistente di questo spettacolo sta tuttavia nel dimostrare che si può mettere in scena un testo di un autore contemporaneo, per di più italiano e poco noto al grande pubblico, come se fosse un classico: con la stessa accuratezza registica, con la medesima tensione a dire qualcosa di universale, di radicalmente sensato, che caratterizza i grandi classici del teatro. Senza appesantire il discorso, senza arenarsi in inutili cerebralismi, ma senza nemmeno che il desiderio di farsi capire e apprezzare del pubblico scada nell'intrattenimento fine a se stesso.