Quel razzismo a corrente alternata

Caro Giornale, mi sembra eccessivo iL clamore sollevato da alcuni «Tartufi» di stampa e televisione per stigmatizzare il poco civile comportamento dei tifosi Interisti in quel di Messina. È stato evocato drammaticamente lo spettro del razzismo, senza peraltro spiegare come possano considerarsi «razzisti» i tifosi che coprono di ululati il giocatore «nero» della squadra avversaria e si spellano invece le mani per applaudire, quando segna un gol, un giocatore della propria, se possibile ancora più «nero». Razzismo a corrente alternata?
Rilevo, per inciso, che molti di questi Tartufi sono gli stessi che alcuni anni fa gridarono al «risorgente fascismo» perché l’attuale portiere della Nazionale Buffon, allora in forza ad una squadra pericolante, si era fatto cucire, all’interno dei calzoncini, la frase «Boia chi molla!». (Salvo ravvedersi successivamente, alludo ai Tartufi, e coprire Buffon di leccate adulatrici...!). Come si può dar credito alla loro rumorosa indignazione?
E sembrano ignorare, i severi censori, che i tifosi contro i quali si scagliano con parole di fuoco sono gli stessi che nel corso della partita, quando l’arbitro decreta una punizione contro la loro squadra, lo coprono di insulti: «figlio di malafemmina; marito di donna fedifraga; figlio di padre ignoto, il tutto accompagnato da più civili appellativi come ladro e venduto. In quei casi i Tartufi tacciono, forse per il fatto per l’arbitro, per adesso, è bianco. Dal loro compotamento, dei Tartufi, intendo, non ci resta che trarre due alte concezioni della Giustizia Democratica: dare del «cornuto» ad un giocatore che non sia di pellame bianco (mettiamola così...) è cosa assolutamente riprovevole, inaccettabile, un vero e proprio reato. Rivolgere lo stesso epiteto ad un arbitro, purché sia bianco, altro non è che esercitare il diritto di Opinione sancito dalla Costituzione.
A chi getta benzina sul fuoco fa sicuramente comodo che la criminalizzazione metodica con l’accusa di razzista superi gli spalti degli stadi e dilaghi, così si identificherà come «razzista» il proprietario di un appartamento che voglia sfrattare l’inquilino moroso; il Capo Ufficio che rimproveri un impiegato svogliato; il commerciante che licenzi un commesso scoperto a «pescare» nella cassa (e che sarà comunque fatto prontamente riassumere da un solerte magistrato).
Il peggio si avrà quando gli untorelli di regime, che oggi ingigantiscono artatamente episodi sia pure riprovevoli, riceveranno l’ordine di sostituire al termine razzismo quello più sinistro, tristemente famoso nella Russia Sovietica, di: Deviazionismo.
Allora saranno guai per coloro che rifiutano di genuflettersi al Pensiero Unico del «politically correct».