Quel ricorso mancato: il punto debole della Cir

Nel '91 i legali dell'Ingegnere non si appellarono in Cassazione nonostante giudicassero sbagliata la sentenza della Corte d'Appello

Milano - Se la sentenza della Corte d’appello di Roma che nel 1991 diede ragione alla Fininvest era così clamorosamente sbagliata, perché diamine la Cir di Carlo De Benedetti non fece ricorso in Cassazione? È su questo punto che - all’indomani del deposito della nuova sentenza nell’interminabile vicenda Mondadori, quella che ha assegnato alla Cir un risarcimento immediato di 560 milioni - si stanno concentrando le attenzioni dei legali Fininvest chiamati a studiare le 283 pagine firmate da Luigi de Ruggiero e dagli altri due giudici della Corte d’appello civile di Milano. È bastato poco, ai difensori di Berlusconi, per rendersi conto di trovarsi di fronte a un lavoro tecnicamente ben più solido di quello che nell’ottobre 2009 aveva portato il giudice Raimondo Mesiano a disporre, con la sentenza di primo grado, un risarcimento sensibilmente più alto. E infatti - seppur con il garbo che si usa tra colleghi - in più di un passaggio la Corte d’appello smonta bruscamente il lavoro di Mesiano.
Ovviamente, che la sentenza di secondo grado sia meglio argomentata non è, per Fininvest, una buona notizia, in vista dello scontro finale in Cassazione. Così andare a cercare e individuare i punti deboli delle sue motivazioni diventa decisivo. E fin dal primo esame un punto sembra destinato a essere contestato. È il passaggio in cui, a partire da pagina 190, i giudici cercano di replicare a un aspetto del primo motivo di appello di Fininvest contro la sentenza di Mesiano. I legali di Berlusconi sostenevano, in sostanza, che la sentenza del 1991 della Corte d’appello di Roma - ammesso e non concesso che fosse stata viziata dalla corruzione del giudice Metta - non avrebbe causato alcun danno alla Cir, visto che contro di essa era possibile il ricorso in Cassazione. Ricorso che invece De Benedetti non presentò mai, preferendo accordarsi con Berlusconi e spartirsi la Mondadori.
A questa argomentazione, nella sentenza di sabato i giudici milanesi rispondono che «la rinuncia al ricorso per Cassazione fu “conseguenza doverosa e inevitabile della transazione” dell'aprile 1991 e che questa, articolata ma unica, scelta di aderire a quella transazione fu il “male minore”». A sostegno della loro tesi i giudici citano proprio un’intervista di Berlusconi al Giornale, il 25 gennaio 1991, in cui il Cavaliere diceva: «La sentenza della Corte di Appello di Roma si può considerare pressoché definitiva, perché la Corte di Cassazione giudica solo in diritto e non entra nel merito. E poi ci vogliono almeno tre anni per avere una pronuncia. Siamo uomini ragionevoli: se la Cir ha altrettanto buon senso, si siede al tavolo del negoziato e cerca un accordo».
Concludono i giudici: «È innegabile, ragionando in puri termini di diritto, che il ricorso in Cassazione di Cir avesse anche possibilità di essere accolto. Ma - e l'argomento è risolutivo - la decisione, più che una “libera scelta” di rinunciare al ricorso era, a quel punto della vicenda, in fatto praticamente obbligata, a prescindere dalle eventuali prospettive di finale successo giudiziario. Obbligata, perché in ogni caso per la sentenza della Cassazione ci sarebbe voluto del tempo, mentre la Mondadori era sempre più ingovernabile e la sua “sistemazione” non poteva ritardare neppure per pochi mesi; peraltro a una spartizione del gruppo si doveva pure arrivare, non solo perché a essa in realtà puntavano entrambe le parti (pur se a condizioni diverse), ma anche perché le pressioni politiche in tal senso erano diventate concretamente irresistibili. Tali considerazioni indussero Cir a sedersi “ragionevolmente” al tavolo delle trattative pure in una condizione di debolezza».
Bastano queste argomentazioni a spiegare perché nel 1991 la Cir rinunciò al ricorso in Cassazione? Se erano così convinti di avere ragione, perché i legali di De Benedetti non portarono fino in fondo la battaglia legale per fare riconoscere la validità dell’accordo con cui gli eredi Mondadori si impegnavano a fare dell’Ingegnere l’azionista di riferimento della casa editrice? Davvero la tesi della fretta («la sistemazione non poteva ritardare nemmeno per pochi mesi») è sufficiente a spiegare la decisione della Cir di arrendersi all’ingiustizia? Sono questi i punti che i legali di Fininvest avevano già sollevato in primo grado. E che sono pronti a rilanciare adesso, davanti alla sentenza dei giudici d’appello che, reincarnandosi virtualmente nei loro colleghi romani del 1991, hanno stabilito senza incertezze che, se Metta non fosse stato corrotto, la sentenza avrebbe dato la Mondadori a De Benedetti.