Quel rischio brogli sul voto all’estero

Caro Granzotto, questa volta voto qui a Bruxelles: per ragioni familiari non potrò andare a votare a Pantelleria dove sono iscritto sin dal lontano 1957. Sottolineo però che pur amando l’Isola, il Gonfalone di San Marco sventola sul mio dammuso per ricordare a tutti che sono e resto Veneziano. Ora sono preoccupatissimo. Il voto all’estero si svolge in maniera così palesemente insicura che sembra un invito all’imbroglio. Mi spiego. In Italia quando si va a votare, ci si presenta al seggio con un documento di identità e il certificato elettorale; viene effettuato il controllo da parte dei membri del seggio e dopo aver votato, il proprio nome viene depennato dalla lista e il certificato elettorale viene restituito con un timbro che certifica l’atto del voto. Questo viene messo infine in un’urna elettorale sotto il controllo del presidente di seggio. All’estero: io ricevo tramite Posta Raccomandata un certificato elettorale con la/e scheda/e, e una volta espresso il voto, metto il tutto in una busta anonima che a sua volta sarà messa in una busta pre-affrancata da portare o spedire via posta al Consolato Italiano della mia città «entro e non oltre le ore 16 del 10 Aprile». In altre parole la busta con il voto o rimane nella cassetta delle lettere del Consolato fino a che il portiere o un impiegato non prende la posta ricevuta e la distribuisce ai vari uffici oppure viene consegnata ad un impiegato che la porta all’Ufficio elettorale. Ma c’è di più o di peggio: io, come tutti gli Italiani iscritti all’Aire, ho ricevuto anche una lettera del mio Comune che mi invita ad andare a votare il 13 e 14 Aprile. Naturalmente esibendo «il certificato elettorale» (quello multiplo ricevuto anni addietro) che conservo gelosamente a casa. In altre parole potrò votare due volte! Ne ho tutto il tempo: infatti io ho già votato qui a Bruxelles. L’eventualità di un controllo incrociato potrebbe avvenire, forse, solo «ex-post»! Ancora, se nel «viaggio» tra casa mia e il Consolato la mia busta con il mio voto «si perde», nessuno se ne accorge, ma soprattutto nessuno se ne può accorgere, tanto meno io! Se poi considera che certi «galoppini di partito» (senza distinzione di colore) fanno il porta-a-porta e, presentando il loro intervento come un gratuito e disinteressato «servizio sociale» (molti elettori non sanno nemmeno parlare l’italiano!), raccolgono le buste con voto espresso, assicurando che le porteranno al Consolato. Ecco dunque la mia proposta: all’estero chi vuole votare deve andare presso il Consolato e seguire una procedura analoga a quella che si richiede in un seggio sul territorio italiano e, soprattutto, votando negli stessi giorni. Come ha potuto essere cosi ingenuo il bravo Tremaglia! I 12 Deputati e i 6 Senatori delle Circoscrizioni estere sono tanti e possono essere determinanti in caso di sostanziale parità di voti: ricordiamoci la passata legislatura. Che Iddio ce la mandi buona!


È proprio il caso di dirlo, caro Rossetto. La sua lettera - la sua testimonianza diretta - è raggelante e credo che a tutela della propria dignità e per rispetto dei principi della democrazia parlamentare le Camere elette i prossimi 13 e 14 aprile abbiano il dovere di cambiare subito, senza perdere un giorno di tempo, la legge sul voto degli italiani all’estero. Basta un articolo, quello da lei suggerito: si vota nei rispettivi Consolati con la procedura in vigore sul territorio nazionale. Punto e basta.