Quel risiko per far fuori i francesi

Alleanze e operazioni finanziarie: così negli anni ’90 la società tedesca sbaragliò Alcatel

Per come è raccontata negli atti sequestrati e nei riscontri documentali già ottenuti, la bella favola fra Siemens e Italtel regala lati oscuri sul modus operandi di Siemens per sbaragliare il mercato e raggiungere gli obiettivi prefissati. Due date servono a svelare il risiko finanziario attraverso cui sarebbero girate tangenti per miliardi: il 12 dicembre 1995 viene posto il sigillo notarile alla Italtel Spa con l’atto di fusione tra Italtel Società Italiana Telecomunicazioni e Siemens Telecomunicazioni. Quattro anni più tardi, il 30 ottobre 1999, il patto d’acciaio va in frantumi quando Italtel per 750 miliardi di lire gira alla Siemens Information and Communication Networks il ramo d’azienda della rete mobile-radio che la società tedesca per anni aveva snobbato non credendo all’exploit dei cellulari (al contrario delle scandinave Ericcson e Nokia).
Ora un passo indietro. Sul finire degli anni Ottanta fioccano ovunque, tranne che in Italia, le privatizzazioni statali. Pur in regime di monopolio l’Italia diventa un paese da aggredire sotto il profilo delle telecomunicazioni. E così, nell’anno del Signore 1992, aziende leader nel mercato globale - quali At&T, Siemens, Alcatel, Ericcson, Ag, Motorola (molto forte sul militare) e altre - provano a sfruttare la richiesta italiana di superare la legge sulle privatizzazioni per legarsi a un partner che le permettesse di esser della partita. La torta è enorme, le fette a disposizione riguardano il mercato interno e soprattutto l’avanzato know-how tecnologico sull’Isdn e il mobile di una società ricca, efficiente, lanciatissima, quale Italtel-Sit, una partecipata Stet, società del gruppo Iri. Siemens ci mette gli occhi sopra. Capisce che se le riesce il colpo di accaparrarsi il «gioiello di famiglia» della Stet (cosa che come visto avverrà puntualmente il 30 ottobre 1999 e da allora Siemens Ag fornisce le centrali, manutenzione inclusa, ai maggiori gestori di telefonia mobile del nostro Paese, da Tim a Wind fino a Vodafone) può entrare subito in un settore fin lì inaccessibile con un risparmio enorme sugli investimenti che in massima parte riguardano le centraline per l’implementazione del traffico cellulare. Siemens fa due calcoli e nella concorrenza «italiana» dei francesi di Alcatel identifica il pericolo maggiore anche per la partnership già avviata dai transalpini con Telettra (gruppo Fiat). Il danno economico e d’immagine relativo a un’ipotetica estromissione dal mercato sarebbe di proporzioni inimmaginabili. L’imperativo, dunque, è uno, è uno solo: fregare i francesi di Alcatel.
Nel maggio 1994 Italtel è interamente della Stet che per 463 miliardi si è appena ripresa il 20 per cento delle partecipazioni acquisite nel 1989 dagli americani di At&T International. Ciò avviene in contemporanea a un accordo fra la stessa Italtel (ovviamente attraverso Stet) e Siemens Ag finalizzato a creare un polo europeo delle telecomunicazioni che poi prenderà il nome di Italtel Spa. Parallelamente Stet e Siemens creano a Londra la Telsi Ltd: a cascata la prima cede alla seconda il 40% per delle partecipazioni in Italtel per 1.000 miliardi, mentre la seconda rimpolpa la cassaforte di Telsi con altri 500 miliardi facendo lievitare il valore della stessa a oltre 3.000 miliardi. La conclusione del giochetto societario porta la data del 12 dicembre 1995 allorché Italtel-Sit incorpora Siemens Telecomunicazioni creando Italtel Spa a sua volta controllata al cento per cento da Telsi (dove il 50% è di Siemens Ag e la restante quota percentuale di Stet). Con il tempo avvengono numerose altre operazioni che portano Siemens, tra il 1996 e il 1999, a farla sempre più da padrone sfruttando Stet impegnata in una sorta di ristrutturazione che sfocia nella «scissione» di Italtel in Telecom Italia Spa e in Siemens Ag. Sin qui la storia del business italotedesco. Ma se si incrociano le date delle maggiori operazioni con determinati movimenti bancari scoperti dagli inquirenti, si spiegano anche gli sviluppi di cronaca giudiziaria di questi giorni dove il sospetto di un vorticoso giro di tangenti non solo prende corpo in Germania ma si allarga all’Italia, dove oggi sono in tanti a tremare.