Quel «risveglio» che cancella le sentenze di morte

Mario Palmaro

Fermi tutti, per favore. Il caso di Salvatore Crisafulli, l’uomo di Catania che si è risvegliato da un coma lungo due anni, è una di quelle notizie che deve obbligarci a sostare per riflettere, almeno cinque minuti. Lasciamoci interrogare da questa vicenda che ha dell’incredibile, e che ci offre almeno tre profonde verità. La prima, la più banale ma anche la più importante: i fatti sono ostinati. Nel senso che contro di essi - dicevano i latini - non vale nessun argomento. Salvatore era in un coma considerato senza speranza, e adesso parla, ragiona e saluta normalmente. È una prova vivente di quante siano le menzogne e le falsità che personaggi anche titolati e famosi mettono in giro intorno alle questioni di fine vita. Qualche anno fa una commissione di esperti dichiarò che le persone in stato vegetativo persistente (SVP) sono senza speranza. Il comitato disse che quella condizione era «permanente», e che dunque tanto valeva sospendere alimentazione e idratazione. Ma la vita di un uomo che si risveglia vale molto più di cento commissioni di esperti. Anche perché - ed è la seconda lezione che traiamo da questa storia - l’uomo non deve mai dimenticarsi di essere sostanzialmente un ignorante. Di fronte a un malato in coma, o alla demenza di un vecchio - confortati anche dal medico e dallo scienziato di turno - diciamo: «Non capisce più niente». Ne siamo così sicuri? Chi ci dà queste certezze, nell’epoca del dubbio sistematico su tutto? Salvatore Crisafulli ha raccontato che per due anni capiva e sentiva, ma non poteva comunicare. Viveva - sì, viveva - in un mondo parallelo, ma abbastanza vicino al nostro da accorgersi che intorno a lui alcuni dicevano che era meglio gettare la spugna, che ormai lui non c’era più. Nei secoli passati erano proprio gli scienziati a ricordare all’uomo il suo limite, la sua miseria anche intellettuale. Il vecchio Isaac Newton confidò una volta che, giunto alla fine della sua vita, si sentiva come un bambino intento a giocare con le conchiglie sulla spiaggia: in mano tiene ciò che conosce, ma davanti a sé ha il mare infinito di ciò che gli resta misterioso e ignoto. Ecco, cari premi Nobel e scienziati nichilisti, vi chiediamo soltanto questo: un po’ di umiltà. E l’onestà di riconoscere che spesso i giudizi - apparentemente tecnico-scientifici - sono generati dal tornaconto personale. Ed è questa la terza verità scomoda che il caso Crisafulli ci sbatte davanti al naso: abbiamo voglia di pensare che un malato non capisca più niente perché sotto sotto siamo noi che vogliamo sfuggire a un carico di sofferenza che consideriamo insopportabile. Diciamo: «Meglio per lui morire piuttosto che vivere così», ma c’è un errore di stampa nella frase. Volevamo dire che è meglio per noi, ma è più elegante rivestire questa fuga dalla responsabilità con gli abiti presentabili dell’altruismo disinteressato. Nascono così l'eutanasia e la morte pietosa: sotto il concime del nostro egoismo. Ecco perché, in questa storia, il fatto meraviglioso e sconvolgente è l’ostinazione con cui i familiari hanno tenuto il loro Salvatore aggrappato alla vita, mentre intorno sentivano soltanto sentenze di morte.