Quel «rock cristiano» che profana Lourdes

Rino Cammilleri

Come sa bene chi c’è stato, davanti alla grotta di Lourdes il tempo si ferma. Ci si siede su una delle panchine e si sta a guardare la statua di Maria. Possono trascorrere ore, così, e non ci si annoia, non ci si stanca, non assale il pensiero improvviso di qualcosa di urgente da fare, di più importante che star lì. Ci si passi l’espressione, è come stare sotto una campana di vetro in cui regna la pace più assoluta, profonda e lieve allo stesso tempo. È come se le tentazioni, anche minime, e la frenesia dell’esistenza non potessero penetrare in quello spazio circoscritto di quiete dell’anima. Quasi non viene neanche in mente di assillare la Madonna con le richieste, le suppliche, le invocazioni con cui di solito si condiscono le preghiere. Si è sazi di star lì, in silenzio. E nel silenzio. Come se tutte le impellenze che avevamo messe in valigia allo scopo, appunto, di sciorinarle davanti alla Vergine fossero dimenticate. E dimenticate proprio perché non ce n’è più bisogno. La Madre sa già tutto ed è come se tacitamente ci prevenisse donando requie ad affaticati e oppressi. Anche per questo, a suo tempo, il vescovo di Tarbes, da cui Lourdes dipendeva nell’Ottocento, si premurò di acquistare in denaro sonante tutta l’area su cui oggi sorge il santuario e di recintarla. Non fu facile, perché aveva di fronte il governo anticlericale della Terza Repubblica, che fece realmente di tutto per espropriare o almeno mettere i bastoni tra le ruote a quella «superstizione» che, secondo i fanatici laicisti al potere, metteva le folle alla mercè dei preti. Ma fu un atto di una lungimiranza sovrumana, visto che permise a Lourdes di essere quel che è oggi: il pellegrinaggio mariano più frequentato del mondo, con un afflusso che supera di gran lunga quello dei musulmani alla Mecca. Lourdes è, infatti, pressoché un’unica bottega di chincaglieria religiosa, un susseguirsi di negozi, bancarelle, alberghi e trattorie; tranne nell’area della Grotta. In quest’ultima, a differenza di altri luoghi della fede, solo silenzio e preghiera.
Ebbene, proprio questo spazio sacro e consacrato vedrà l’ultimo dell’anno una cacofonia di canzonette rockettare sparate a tutti decibel. Con gioco di parole da centro sociale, l’«evento» è stato battezzato «rêve party» (rêve, sogno). Titolo ufficiale: «3 D», cioè Discothèque de Dieu. Naturalmente ci sarà la messa acclusa e si farà casino (pronuncia francese, mi raccomando) fino alle sei del primo gennaio, festa di Maria Madre della Chiesa. «Per proporre un’alternativa cristiana ai giovani» che sennò andrebbero al veglione, dice l’organizzazione. Con tanto di approvazione arcivescovile.
Magari si tratterà di «rock cristiano», cioè quella cosa bizzarra che consiste nell’accoppiare ritmi ossessivi a testi che parlano bene di Gesù. Cosa vuol essere, un dispettuccio a papa Ratzinger che, com’è noto, la pensa in tutt’altro modo riguardo alla musica? Non ci stupirebbe, dal momento che le maggiori resistenze ai tentativi restauratori in materia liturgica (e non solo) vengono proprio dall’episcopato francese. Comunque, fossero solo beghe di preti non ci sarebbe niente da dire. Il fatto è che Lourdes appartiene al popolo cristiano; anzi, alla sua parte più dolente e indifesa. Non è il giocattolo del presule momentaneamente in carica. Dunque, se proprio non si voleva dare retta a Marius Schneider (il maggior musicologo di tutti i tempi, contrarissimo all’uso della ritmica nel sacro), si poteva almeno farsi interpreti dei sentimenti di chi ha in Lourdes l’ultima speranza, e non solo di quei «giovani» francesi che vogliono risparmiare sul biglietto del veglione.