Quel salotto romano che detta le regole ai grandi quotidiani

Francesco Damato

I rumori e le fiamme della campagna elettorale hanno distratto l’attenzione dalla illuminante descrizione che Sandra Verusio ha fatto del suo salotto in un «terzo grado» strappatole di recente per un supplemento del Corriere della Sera con la solita bravura, e perfidia professionale, dal simpatico Claudio Sabelli Fioretti. Al quale spero che vengano risparmiate tiratine d’orecchie o qualcosa di peggio da chi dispone delle chiavi del più diffuso giornale italiano, visto lo squarcio inquietante da lui aperto su un certo giro che conta e ispira la sinistra che il Corriere ha deciso di aiutare a viso aperto, raccomandandola per il voto ai suoi lettori.
Nato per ospitare «soprattutto artisti», il salotto romano della Verusio ad un certo punto è diventato «compagnia stabile» con un «capo riconosciuto» di nome Eugenio e di cognome Scalfari. Che riesce a farsi «seguire sempre» da chi è ammesso al giro, da Carlo De Benedetti a Giuliano Amato, a Furio Colombo e altri ancora, fra i quali Massimo D’Alema e signora, che la Verusio si vanta di «avere vestito con abiti di Krizia», la sua casa di moda, al pari della moglie di Piero Fassino: tutti accomunati dalla paura, a quanto sembra, di cadere «nel famigerato cono d’ombra» dove il fondatore della Repubblica di carta usa destinare chi dissente da lui.
In che modo avviene la caduta nel cono d’ombra, o la «decapitazione», come preferisce chiamarla Sabelli Fioretti? «Con piccole frasi, battutine fredde e poi una telefonata tagliatesta», risponde la signora. Il tagliatore di teste è Scalfari?, incalza il giornalista. «Sì, ma come tutti i grandi capi non lo fa personalmente», precisa la Verusio, che spiega: «Scalfari fa capire e qualcun altro fa sapere». Molte decapitazioni?, chiede Sabelli Fioretti. E la signora risponde ricordando «quella di Paolo Guzzanti», probabilmente avvenuta nei primi anni Novanta, quando Paolo - «il beniamino di Scalfari», racconta ancora addolorata la Verusio - cominciò a difendere l’allora capo dello Stato Francesco Cossiga dagli attacchi dei comunisti. «Con questo sistema» di decapitazioni ordinate con segnali misteriosi «è stato tenuto il gruppo, in ordine, pulito», spiega ancora la Verusio, aggiungendo che ora la sua compagnia «ha tirato i remi in barca», nel senso che «chi c’è c’è, non si include più nessuno».
Nel giro della Verusio mi sembra d’avere capito che non sia mai entrato fisicamente Romano Prodi. Con il quale probabilmente Scalfari preferisce tenere i rapporti personalmente e direttamente, vista la dimestichezza che gli consentì - come ci ha appena ricordato Giancarlo Perna negli articoli dedicati al presidente della presunta Unione di centrosinistra - di riuscire dove Ciriaco De Mita aveva fallito nei primi anni Ottanta: convincerlo ad assumere la presidenza dell’Iri.
Vi confesso che osservando il quadro dipinto dalla Verusio, peraltro villanamente polemica con Veronica Lario per essersi lasciata conquistare da «un imbonitore come Berlusconi», mi sono ricordato di ciò che si è scritto e detto a lungo, e ogni tanto ancora si dice e si scrive, di un altro potente salotto, o compagnia. Che era la loggia massonica di Licio Gelli, avvertita come una sentina a cavallo fra gli anni Settanta e Ottanta. E mi sono chiesto con un brivido quale dei due salotti per certi aspetti assomigli di più all’altro.