Quel solitario che ha rivoluzionato il concetto di amicizia

Arriva oggi nelle sale «The Social Network», un film che coglie in pieno lo spirito dell’epoca

Può essere emozionante un film che racconta la nascita di Facebook, cioè del software utilizzato da milioni di persone in tutto il mondo per comunicare? La risposta, affermativa, è in The Social Network di David Fincher in uscita oggi nelle sale italiane, dopo la conquista del botteghino statunitense. L’irresistibile ascesa di Mark Zuckerberg, da studente di Harvard a plurimilionario nel giro di pochi anni, risulta elettrizzante quanto la violenza fisica come antidoto alla morte emotiva di Fight Club, fino a qui il maggiore successo di Fincher. Perché, come in ogni opera d’arte, a parte computer e università esclusive, qui il canovaccio prevede nell’ordine: ambizione, gelosia, invidia, soldi e vendetta. Ma soprattutto amicizia. E narcisismo, quello che ci spinge a metterci in bacheca, a esporre fotografie e messaggi nella nostra pagina Facebook. Quella sorta di diario on line è quello che siamo o che vorremmo essere? I brevi messaggi che vi affiggiamo ci rappresentano o sono una immagine ipersemplificata di noi stessi? Soprattutto chi o cosa sono gli «amici» che hanno accesso al nostro profilo on line? I rapporti interpersonali, mediati dalla tecnologia, sono davvero più schizofrenici e impersonali, superficiali e virtuali?
The Social Network, tratto dal romanzo Miliardari per caso (Sperling & Kupfer) di Ben Mezrich, offre una chiave interpretativa del fenomeno Facebook a partire dalla biografia di chi l’ha creato. (Va comunque detto che Zuckerberg si è dissociato apertamente dalla pellicola, nella quale dice di non riconoscersi). L’uomo che ha inventato il nuovo concetto di amicizia è quasi un sociopatico incapace di intrattenere rapporti umani. «Io non voglio amici» sono le sue prime parole significative nel film; qualsiasi locale pubblico lo annichilisce al punto da ridurlo a parte integrante del mobilio; nessuno resiste a lungo accanto a lui.
Il sito nato per cercare ragazze a Harvard diventa rapidamente la gigantesca carta d’identità collettiva oggi davanti ai nostri occhi. Prima la rete di contatti raggiunge gli atenei di Yale, Columbia e Stanford. Poi Facebook arriva nella East Coast e apre una sede a Palo Alto, in California. Quindi colonizza l’Inghilterra e infine il resto della Terra. Il trionfo si accompagna alla progressiva solitudine di Zuckerberg. I pochi amici, complici dell’impresa, uno alla volta sono emarginati (traditi e derubati, dicono loro) e infine spariscono per riapparire in compagnia degli avvocati al fine di rivendicare la propria fetta di torta. Zuckerberg (Jesse Eisenberg, già in Juno) dice addio a Eduardo Saverin (Andrew Garfield, il prossimo Spider Man), alla fidanzata Erica (Rooney Mara, sarà Lisbeth Sander nel remake di Uomini che odiano le donne) e anche al perfido Sean Parker (la pop star Justin Timberlake), l’inventore di Napster, il sito che consentiva, all’inizio degli anni Novanta, lo scambio di file musicali (fu affondato da problemi legali). Nell’alleanza momentanea fra Zuckerberg e Parker contro i rampolli della miglior borghesia di Harvard si intravvede anche un altro aspetto, certo meno importante ma comunque presente fin dal titolo a doppia lettura: la generazione Facebook mette nel sacco la vecchia industria, che vorrebbe almeno partecipare alla festa milionaria. Il film finisce con Zuckerberg davanti al pc: ha ancora molti amici on line ma nessuno nella realtà. Il nerd di Harvard ha «esportato» in tutto il pianeta la propria solitudine, grazie a un software a sua immagine e somiglianza: geniale e gelido.
Avere tanti amici, con l’illusione di appartenere a un circolo esclusivo e selezionato: si può sempre decidere di non concedere la propria amicizia. Avere tanti amici senza sentire la necessità di incontrarli e conoscerli davvero. Paura della solitudine ma anche del contatto. La digitalizzazione della vita reale. Se c’è un film che cattura lo spirito del tempo, è questo.