Quel sonetto ispirato dall’odio rivela il volto del Risorgimento

Quando, dove e in quali forme la musa della nostra storia nazionale si decise a rivelare per la prima volta che nella mela del nostro Risorgimento era racchiuso il baco di quella vocazione alla violenza che continua ancora oggi a fomentare le imprese dei nostri terrorismi?
Torno sull’argomento perché il piccolo contributo che ho apportato allo sviluppo della controversia sul tema Risorgimento e Violenza, lanciato da Galli della Loggia sul Corriere della Sera, sono fioccate non poche rampogne. Tutte motivate dal convincimento che la vicenda da me ricordata per avvalorare la tesi delle radici risorgimentali di quel versetto (la liberazione e l’ingaggio degli ergastolani di Ponza, da parte di Pisacane, nella spedizione di Sapri), sia un episodio isolato al quale è scorretto attribuire il valore di un indizio ideologico. Non posso dunque sottrarmi al dovere di offrire alla gustosa querelle un contributo aggiuntivo ricopiando il famoso sonetto che Eleonora Pimentel Fonseca, la leggendaria eroina della Rivoluzione napoletana del 1799, per rivelare quali delicati ideali scuotessero il suo patriottico petto, annunciò alla regina di Napoli che presto lei e i suoi amici giacobini le avrebbero impartito lo stesso trattamento che i loro maestri francesi, qualche anno prima, dopo aver decapitato suo cognato, Luigi XVI, avevano elargito anche a sua sorella, Maria Antonietta.
Ecco quei soavissimi versi: «Rediviva Poppea, tribade impura, d’imbecille tiranno empia consorte, stringi pur quanto vuoi nostra ritorta, l’umanità calpesta e la natura. Credi il soglio così premer sicura e stringer lieto il ciuffo della sorte? Folle! E non sai ch’entro in nube oscura quanto compresso è il tuon scoppia più forte? Al par di te mové guerra e tempesta sul franco oppresso la tua infame suora finché al suolo rotò la indegna testa... E tu, chissà? Tardar ben può, ma l’ora segreta è in ciel ed un sol filo arresta la scure appesa sul tuo capo ancora».
Sarebbe ingiusto sottovalutare la finezza con cui la gagliarda Eleonora, rivolgendosi a Maria Carolina (che l’aveva un tempo onorata della sua benevolenza, ammettendola anche a corte, dove una volta era stata persino invitata a declamare un’ode in onore del Re), le affibbiò fra l’altro gli affettuosi appellativi di «Poppea» e «tribade impura», ossia di zoccola e sporca lesbica. Non c’è comunque una sola parola di questo elegante sonetto che non concorra a farne una gemma letteraria in cui persino i più appassionati risorgimentòfili attuali, anzi soprattutto loro, anche per tornare a onorare i princìpi del ’99 napoletano, nei quali essi hanno sempre ravvisato i primi vagiti dell’Italia Una, non dovrebbero esitare a riconoscere l’espressione insieme più precoce, concisa e ispirata di tutte le nobili passioni (risentimento, ingratitudine, invidia, bigotteria, ipocrisia, vanità, brama di potere, ferocia sanguinaria) che si intrecciano e confondono nello spirito giacobino di tutti i tempi.
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