Quel sublime, irascibile Maestro che fece grande due volte la Scala

Cinquant’anni fa moriva il più celebre direttore d’orchestra italiano

Il sedici gennaio di cinquant'anni fa moriva Arturo Toscanini. Che fosse grande, lo sappiamo tutti. Quanto e perché non è materia da specialisti, è cosa da sentire e toccare, da scoprire piano piano o tutt'una volta ciascuno di noi. Un artista si manifesta continuamente, ma si lascia svelare nella sua pienezza solo in certi momenti: e dopo quelli lo ascoltiamo sempre in un altro modo. Per esempio io lo capii la prima volta veramente in un modo fulmineo e imprevedibile, ascoltandolo per disco nelle prove della Traviata. Eppure già sapevo della sua arte le cose fondamentali. Che aveva cominciato a dirigere a furor di cantanti e strumentisti quando a Rio de Janeiro, secondo violoncellista e secondo maestro del coro in una compagnia in tournée, il direttore brasiliano se ne andò dopo la prima sfortunata recita di Aida e alla seconda il pubblico cacciò il maestro di riserva ed il maestro del coro che s'erano ingegnati di sostituirlo. Allora compagnia e colleghi unanimi si rivolsero al ragazzo di Parma, il diciannovenne timido e miope, magro e piccoletto, che passava le ore sulle partiture: e all'attacco degli archi che apre la sinfonia il teatro ammutolì e alla fine gli decretò il trionfo.
Avevo anche letto che nella sua carriera aveva avuto scontri con la critica che l'insultava e contro quelli che amavano la cara vecchia voglia di prendere i concerti e soprattutto le opere come occasione rilassata di intrattenimento, e non capivano la feroce esigenza che tutte le note, i ritmi, le pause, i fraseggi, le intenzioni degli autori fossero rispettate religiosamente da tutti, proprio da tutti, quelli che cantavano e suonavano. E che alla Scala, dopo stagioni splendide ed abbandoni amari per incomprensioni e ostacoli, dopo la prima guerra mondiale ottenne la formazione dell'Ente Autonomo e ne fu messo a capo, con poteri pieni di scelta e fondò il nuovo mito del nostro teatro nel mondo.
Anche del clima delle prove ero informato. Della sua violenza, degli insulti a chi sbagliava, della vergogna che provava e chiedeva quando uscivano stonature. Adesso i dischi tratti dalle registrazioni clandestine delle prove - mai il Maestro le avrebbe mandate in giro - ci offrono grandi momenti, iracondie ed esaltazioni. Quando, deluso, gridò ad esempio ai cantanti che all'ora di pranzo non sopportavano un prolungamento d'orario: «Mangiare! Voi non avete in bocca che questa parola». O quando sbottò, alla fine d'una prova di Morte e trasfigurazione di Strauss: «Non siete degli artisti, siete dei dilettanti di bassa lega». Non dava molte spiegazioni teoriche, voleva che chi suonava capisse dalla materia musicale il suo disegno interpretativo; ma a volte usciva in richieste d'una semplicità candida e decisiva, come nel Flauto Magico di Mozart: «Suonatelo allegri! Non come un allegro, ma con la faccia allegra. Questa!», e si sente uno sciàk, si era battuto di sicuro la mano sulla faccia sorridente. E pare che una volta arrivò a staccarsi dal podio, prendendo tra le mani i seni prorompenti d'un soprano di voce molto bella e di intelletto meno spiccato, sospirando o gridando: «Ah, se tutto questo fosse cervello!».
Un nastro o un disco con le prove registrate di nascosto è una mascalzonata, ma ci fa immaginare d'esserci introdotti di soppiatto nelle ultime file, nel teatro buio. E così appunto stavo immaginandomi, sentendo per la prima volta la lettura con l'orchestra della Traviata. Venne il secondo atto, con il padre di Alfredo che si reca a casa di Violetta per strapparle l'addio per il buon nome della loro famiglia contro il passato cedevole e burrascoso di lei, e il venir meno delle speranze di lei, e l'incalzare in sincope del baritono e degli archi con la discesa fatale dei clarinetti, e poi la breve pausa prolungata: «Ah...». È il momento del grande sacrificio, gli archi accennano solo lo scheletro d'un accompagnamento, un oboe a un certo punto ha una voce sommessa di compianto. «Dite alla giovane sì bella e pura ch'avvi una vittima della sventura...»: la più semplice delle frasi, come parlasse, sottovoce. Toscanini l'intona, disarmato, senza timbro, innocente: e c'è Violetta, anche se la sua voce, più che a quella della Callas, rassomiglia a quella di Armstrong. La parola è lì, misteriosa, vera, nuda, assoluta. Chiunque fosse stato con me, nel buio delle poltrone immaginarie, come me non sarebbe corso ad abbracciarlo solo per non volerlo disturbare.
Da allora ho pensato diversamente a Toscanini. Alle sue impazienze verso i colleghi anche bravi che sentivano le partiture diversamente da lui. Alle sue sorprendenti contraddizioni, d'uno che amava tanto la famiglia e l'istituto matrimoniale da non perdonare nemmeno i vedovi che si risposavano, ma che si concedeva senza nascondersi vistose relazioni amorose di cui le lettere esprimono ardite, estreme congiunzioni di ideali e di carnalità. Al suo orgoglio ritroso di personaggio celebre che desiderava la pace della sua casa all'Isolino. Alla sua stessa figura ufficiale di uomo simbolo di patriota amante della libertà, che al tempo della dittatura in Italia andò esule negli Stati Uniti dove divenne un tramite e un riferimento per gli antifascisti. Alla sua stessa bravura nel cavalcare con naturalezza il mito che la radio e la stampa coltivarono di lui, lui che dopo la prodigiosa rivelazione di Rio de Janeiro e la stagione delle dodici opere dirette all'improvviso aveva avuto in Italia solo un ritaglino su un giornale di Parma ed era lì lì per firmare di nuovo il contratto da secondo violoncello.
Tornò in Italia solo dopo la guerra e fu per inaugurare, nel teatro stipato fino alla pazzia, la Scala ricostruita. «Pane e musica» aveva promesso il sindaco ai milanesi, e in mezzo a case e piazze ancora spesso distrutte, risorgeva il teatro che le bombe avevano squarciato invano. Del primo dei concerti che diresse, 11 maggio 1946, c'è la registrazione. Dovreste averlo tutti in casa, quel disco, come i grandi libri della nostra civiltà. Immaginate la Scala, dove si pigiavano fino a dieci persone per palco, nel silenzio carico che presto sarebbe stato rotto dal primo suono del teatro risorto, della civiltà che si riapriva. Alla fine della prima parte c'è Va' pensiero. Ascoltatelo. Nessuno potrà mai dirigere e cantare come quella volta «O mia patria sì bella e perduta». Ma poi cercate se potete la fotografia o il frammento di film all'arrivo del Maestro invocato, al suo ritorno trionfale. Più piccolo, come accade dopo gli ottant'anni, rapido, giù per la scaletta dell'aereo, accolto dalle figlie, i famosi capelli spinti all'indietro tutti bianchi, bianchi i baffetti leggendari, teso avanti con l'aria d'uno che è già con la testa nel lavoro.