Quel suo realismo sfacciato che ha modificato il «bello»

Diede il via all’epoca moderna. Caravaggio, soprannominato egregius in urbe pictor, fu colui che per primo sentì la pittura scevra da quei connotati estetici che fino a allora avevano condizionato la pratica artistica. Si pose di fronte alla tela con un nuovo approccio e, come disse Argan, «trasformò il quadro in dipinto, nel senso etimologico, di tela dipinta, agita dal pittore». Fu il primo ad affrontare la realtà in modo crudo e imperituro; i suoi quadri si esplicitano attraverso una lettura iconografica ben precisa, dove lo spettatore è protagonista esattamente come lo sono gli attori della scena. In ognuno dei suoi capolavori c’è l’esigenza, la forza, il vigore di un artista eccelso, un pictor praestantissimus, che si è inerpicato su strade mai percorse prima. La sua vita è a cavallo tra il Cinque e il Seicento, momento artistico importante; se da un lato infatti c’era ancora l’esigenza di rappresentare una realtà pallida, edulcorata nei meravigliosi affreschi di Annibale Carracci, dall’altra si sente invece l’esigenza di far emergere quel sotteso che ancora non è stato palesato. Ci penserà Caravaggio, cui una vita di alti e bassi non ha mai ostacolato il rigore della sua arte. Il suo racconto della realtà prevede necessariamente da un lato l’elusione del bello, dall’altro l’esigenza di mettere in primo piano gli accadimenti, sublimandoli con particolari minuziosi ed efficaci. Sente l’esigenza di raccontare, e nel farlo vuole a tutti i costi contestualizzare le scene in apparati iconografici autentici. Piedi sporchi, visi bruciati dal sole: la caducità della vita che si fa presente in ogni modo; il pathos di alcune figure rappresentate lascia un senso di angoscia non mettendo mai a disagio l’osservatore (compresi quelli di oggi).