Quel tempio swing sul Naviglio. Rivive il mito del Capolinea

IL FILM «Quando a Milano c’era il jazz». Presentata ieri una pellicola sulla storia del celebre club di Giorgio Vanni Fondato nel ’68, ospitò mostri sacri come Dizzie Gillespie e Chet Baker. L’opera della Cattaneo da « SummeNite» andrà al Milano Film festival

La nebbia era fitta e plumbea e certe notti si guidava a tentoni lun­go il Naviglio Grande, andando ol­tre piazzale Negrelli e il capolinea del tram 19. Sembrava di viaggia­re verso il nulla e bisognava stare attenti a non mancare la svolta a si­nistra, improvvisa e non segnala­ta, che portava nel cortile del Ca­polinea, il più celebre jazz club ita­liano. Quanti appassionati si sono formati lì, e ieri il locale in qualche modo è rinato nella rassegna Sum­merNite grazie al film-documen­tario Al Capolinea. Quando a Mi­lano c’era il jazz , della giovane re­gista Marianna Cattaneo (con la collaborazione del clarinettista Al­fredo Ferrario), che in autunno verrò presentato in tutta Italia, in Svizzera e al Milano Film Festival . Quanti ricordi in questo film, quante immagini di un capanno­ne creato nel 1969 (ma ufficial­mente nacque nel ’68) dal mitico Giorgio Vanni, dalla moglie e dal­le tre figlie, per portare il grande jazz alla periferia dell’Impero. Lì arrivammo per la prima volta nel 1971, ragazzini svezzati a ritmo di jazz e di vino e bruschette (all’epo­ca un robusto piatto di bruschetta con una bottiglia di Pinot costava meno di mille lire) scoprendo un mondo diverso, una Milano che si trasformava magicamente in un club di New York. Anzi, in una sce­na­del film il batterista Ellade Ban­dini dice: «Al Village Vanguard mi chiesero “tutto ok al Capolinea?”, “come sta Vanni?”e se uno ti fa do­mande così ti chiedi cosa vai in America a fare, il Vanguard è qui e si mangia anche meglio». È la sto­ria del locale raccontata dai musi­cisti (da Lino Patruno a Luigi Bo­nafede) con immagini di concerti e di quelle jam session che ogni tanto a tarda notte infiammavano il pubblico (una notte si incontra­rono giganti della batteria come Elvin Jones e Tullio De Piscopo si fece le ossa suonando con tutti i grandi). Gli italiani che contano ci hanno suonato tutti, da Franco Cerri a Enrico Rava, ma l’elenco delle star straniere è impressio­nante; lì abbiamo avuto la fortuna di ascoltare lo sconvolto (ma quanto immensamente lirico) Chet Baker (il suo sodale Gerry Mulligan ha bevuto parecchie vol­te con noi) che un agosto bollente e solitario abitò in casa di Vanni, le invenzioni bop di Dizzy Gillespie, la voce bluesy di Betty Carter, Lee Konitz, la tradizione or­c­hestrale di Woody Her­man e Lione Hampton e al contrario le audaci esplorazioni di Horace Silver e Charlie Haden. Più facile dire chi non c’è stato,chi non ha por­t­ato un po’ della sua mu­sica e della sua cultura (perché di cultura popo­­lare si tratta) un po’ di di­vertimento a volte so­pra le righe (non eran molti quelli che usciva­no sobri dal Capolinea) in un melting pot che univa - co­me raramente è accaduto in que­gli anni di contrapposizione - gio­vani e anziani, industriali (ora si chiamano manager) e operai, per­fino sanbabilini e «compagni» che tra un bicchiere e l’altro e tra un blues o una ballad deponeva­no l’ascia di guerra. Questo «Alice nel paese delle meraviglie» del jazz è durato, con alti e bassi, fino al 1999, finchè le figlie di Vanni (dopo la sua scomparsa) insieme al fidato Stefano, hanno tenuto botta. Quando il locale chiuse, nel 1999, si era completamente tra­sformato. Da un lato era solo risto­rante e non si poteva ascoltare la musica;dall’altro ci si dedicava so­lo al jazz senza indulgere ai piace­ri della cucina fatta in casa. La chiusura definitiva - con la pro­messa di riaprire purtroppo mai attuata - ha lasciato una nostalgia incolambile negli appassionati di jazz. Certo, oggi c’è il Blue Note a coccolare le notti degli appassio­nati, ma senza il fascino da pionie­ri del Capolinea forse non sarem­mo mai arrivati ad un minimo di cultura jazz, che peraltro da noi è acora molto indietro rispetto a tan­ti paesi.