Quel tenerone di Nichi Vendola vuol prenderci in giro?

Ho letto la sua risposta sul tema sacramenti-omosessualità; si tratta di una questione molto complessa sulla quale è facile essere equivocati. Non ho nulla contro gli omosessuali, ho persino dedicato un mio romanzo, «Gión» alla storia di un vero, sofferto amore di un nobile inglese per un marinaio siciliano. Mi danno fastidio invece l'ostentazione pubblica, scomposta, spesso funzionale e il complesso di superiorità verso noi poveri, mediocri eterosessuali.
Le propongo però una considerazione tanto per alleggerire il tono: ha notato che a difendere l'istituto della famiglia e il diritto ad aver figli, sia pure in provetta, sono proprio gli omosessuali? Nichi Vendola ha recentemente dimostrato di serbare una dolce nostalgia per le vecchie usanze quando ha detto di aver finalmente presentato il fidanzato a mammà…

Nichi Vendola è un tenerone, caro Vasile. L’ha letta l’intervista rilasciata a Paola Zanuttini su Repubblica? «Per favore - esordisce Vendola -, alta e delicata». Si riferiva all’intervista medesima: qualsiasi politico aspira ad essere interrogato su temi «alti», ma richiedere, con garbo, certo, che l’interrogatorio sia anche delicato è proprio cosa da teneroni, non trova? D’altronde come altrimenti definire chi racconta che per vincere il «terrore della giungla» (junglafobia?) si spinse nella selva Lacandona, in Messico, «nonostante l’allergia alle zanzare»? O afferma d’odiare la parola patria e amare la parola matria? O assicura che basta prendere il caffè insieme e «anche nel più inveterato omofobo può accendersi una luce»? Peccato che quando l’intervistatrice ricorda al mitissimo, «compassionevole e bisognoso d’affetto» Vendola gli «editoriali feroci sui suoi avversari» apparsi su Liberazione, l’interessato risponda che quei corsivi non devono esser presi per quel che sono, ma contestualizzati: in quei mesi, «frequentando assiduamente il dolore sociale» (per via della guerra nel Kosovo), era iracondo. Peccato, dicevo, perché contestualizzare vuol dire, con espressione delicata, lanciare il sasso e nascondere la mano. Esercizio che Vendola non disprezza, e anzi. Come quando mitissimamente fa notare a Paola Zanuttini che la nota asserzione «il diritto dei bambini ad avere una loro sessualità, ad avere rapporti tra loro, o con gli adulti», ritenuta il manifesto a favore della pedofilia, non è sua, ma gli fu attribuita: «Con le mie civetterie filologiche», si schermisce, «non l’avrei mai pronunciata». Io non so, caro Vasile, quali siano le civetterie filologiche di Nichi Vendola, però so leggere. Rispondendo a Stefano Malatesta di Repubblica Vendola disse esattamente: «Non è facile affrontare un tema come quello della pedofilia ad esempio, cioè del diritto dei bambini ad avere una loro sessualità, ad avere rapporti tra loro, o con gli adulti - tema ancora più scabroso - e trattarne con chi la sessualità l’ha vista sempre in funzione della famiglia e dalla procreazione». Anche contestualizzando a più non posso, come è possibile negare d’aver pronunciato quelle parole, di aver parlato di «diritto» - la facoltà fondata su norme morali, consuetudinarie o assicurata dalla legge - alla pedofilia? Siamo noi, caro Vasile, a esser duri di comprendonio o il tenerone vuole prenderci per i fondelli?