Quel tic giornalistico di eliminare le ripetizioni

Caro dottor Granzotto, leggendola quotidianamente so che lei è sempre disposto, ove possa, ad aiutare i lettori in difficoltà. La prego quindi di darmi una spiegazione sulla cattiva abitudine dei giornalisti di maltrattare la nostra lingua. Sorvolai, dispiacendomene, sull’uso improprio che i giornalisti italiani fecero e fanno della parola kamikaze, rivoltandone il significato originale. Continuano a paragonare assassini indegni di appartenere al genere umano che uccidono civili, donne e bambini, ai giovani giapponesi che immolavano la vita per l’imperatore esclusivamente contro obiettivi militari. Credo che la differenza sia sostanziale anche se si tratta di un atto estremo e forse condannabile. Ora però non intendo assolutamente accettare che per altri terroristi, assassini, si usi impropriamente il sostantivo piromane anziché incendiario. La prego, cerchi lei di spiegare ai suoi colleghi i diversi significati e il motivo per il quale una persona che ami la nostra lingua non può accettare questi errori. A proposito, che fine ha fatto l’ordine cavalleresco che lei aveva istituito e del quale si fregiò per primo il nostro beneamato barone calabrese Non Ci Sto? Grazie

Vero, caro Succio. «Piromane» è una cosa, «incendiario» un'altra. Piromane significa infatti chi, affetto da piromania, prova un istinto irrefrenabile di dar fuoco alle cose (siamo dunque nell'ambito della psichiatria, lo stesso che distingue il cleptomane dal ladro). Si definisce invece incendiario colui il quale volontariamente appicca o provoca un incendio. E allora, lei obietta, perché tutti a scrivere piromane e non incendiario? Perché il giornalismo, avendo orecchio e occhio ipersensibile, abomina le assonanze e le ripetizioni. A differenza, per dire, di quello anglosassone che se ne frega (potendo contare fra l'altro su una lingua molto duttile, facile all'ellissi e particolarmente adatta alla titolazione. Un esempio classico: l'equivalente del secco: «Saved by airbag» non potrebbe che essere il prolisso: «Salvato dal sistema di sicurezza costituito da un palloncino che si gonfia istantaneamente in caso d'urto in modo da impedire lo schiacciamento del guidatore contro il volante». Tutt'altra musica, no?). Lei, caro Succio, difficilmente troverà nella titolazione d'una intera pagina una stessa parola ripetuta due volte. Se il titolo di apertura dovesse essere: «Furto in un ospedale», quello di taglio sarà: «Inaugurato il nuovo nosocomio». E altrettanto difficilmente incapperà in: «Mobilitazione contro la scala mobile» o «Trovato assassinato. Si cerca l'assassino» o «Sopravvive mangiando il mangime dei piccioni». Li chiami pure tic, ma questo è: un giornalista, e così un romanziere, è disposto a tutto pur di non incorrere in ripetizioni o in assonanze. E lei capisce dunque che titoli quali: «Incendiari provocano un incendio» o «Un incendiario incendia un bosco in Puglia», mai e poi mai. E perché sia così, giunge in soccorso «piromane» che magari non è proprio l'equivalente di «incendiario», però siccome in pochi lo sanno (intendo dire che pochi hanno la buona abitudine di consultare il vocabolario) va bene lo stesso.
Paolo Granzotto
Ps: non insignimmo il barone Oscar Luigi Scalfaro di un ordine cavalleresco, ma gli assegnammo la «Patacca Sahaf», alta onorificenza ispirata a Mohammed al Sahaf, il leggendario ministro dell'Informazione irachena ai tempi di Saddam Hussein, lo stesso che con i marines già alle porte di Bagdad sostenne in una conferenza stampa che le tostissime, addestratissime, fedelissime, armatissime e ferocissime divisioni Hammurabi e Nabucodonosor stavano ricacciando il nemico in mare. Come da statuto, la giuria del «Patacca Sahaf», della quale sono presidente e unico componente, tornerà a riunirsi alla rinfrescata autunnale per decidere chi, tra i settemila e cinquecento candidati pataccari, meriti l'ambito riconoscimento.