Quel tintinnar di cappio

Tra le insensatezze degli anti indultini, costretti alla condizione di seguaci del sempre sanguigno Di Pietro, originale anche quando sbaglia (con la furbizia del contadino che non ripete l’errore delle dimissioni, ma annuncia una paradossale autosospensione da ministro decisa tra sé e sé in cucina), c’è il riferimento demagogico al vantaggio garantito ai potenti. Mi pare, prima di tutto, che se uno è veramente potente (o gode ancora dei riflessi di una conclamata potenza, come Andreotti), anche in caso di disgrazia, in galera non ci va. È il caso (lo dico perché il compagno Rizzo ci rifletta), di Carlo Debenedetti, Romano Prodi, Ciriaco De Mita e dello stesso Mastella, tutti esponenti, in un modo o nell’altro, dell’area di centrosinistra, che Di Pietro non riuscì ad arrestare. Ce lo rivela lo stesso Mastella, per quanto lo riguarda, e ce lo tramandano le cronache del tempo che documentano Debenedetti sfiorare il carcere senza entrarvi, e Prodi andare a protestare presso il Presidente Scalfaro, per i modi brutali e le minacce nell’interrogatorio di Di Pietro.
Il potere si misura anche nelle situazioni di emergenza. Senza avere responsabilità diverse da quelle di Prodi, Franco Nobili patì la carcerazione preventiva per tre mesi, e solo dopo 13 anni, fu prosciolto da ogni accusa. Durante i lunghi anni in cui fu sotto inchiesta, Nobili non poteva certamente candidarsi a presidente del Consiglio o aspirare al ruolo di ministro. Lo stesso si può dire per Tabacci, e per molti esponenti della Prima Repubblica messi fuori gioco da procedimenti giudiziari conclusi dopo molti anni con proscioglimenti. Lo evidenzia bene il caso di Antonio Gava, diffamato da ministro degli Interni attraverso inchieste giudiziarie che lo dichiaravano colluso con la camorra. Assolto con formula piena, egli ora chiede allo stato 38 milioni di euro di risarcimento.
I potenti in disgrazia, incarcerati o minacciati dal carcere, arrivavano anche a suicidarsi, come Gabriele Cagliari o Raul Gardini. Questa è la giustizia che piace a Di Pietro e ai suoi seguaci D’Ambrosio, Rizzo, Diliberto, e a qualche loro affine leghista. Per costoro il modello rimane quel Leoni Orsenigo che esibì in aula il cappio. Metaforicamente i nemici dell’indulto lo esibiscono ancora. Una delle loro armi è la denuncia dei privilegi dei potenti, continuando ad immaginare che il primo pensiero di Berlusconi sia (magari temendo per se stesso o sotto ricatto) consentire comunque di cavarsela a Previti. Un intero Parlamento, sinistra compresa, oscuramente indirizzato a favorire alcuni corrotti o corruttori di rango. Ed ecco allora seguire i nomi di Tanzi, Fiorani, Ricucci, Cragnotti. Certo, persone note, ma tutto meno che potenti. Allo stato, almeno. E non confondendo il potere con un po’ di danaro che essi abbiano accumulato off shore.
È giusto punirli per i loro errori ma è difficile pensare che siano più pericolosi di ladri e rapinatori e di altri criminali socialmente pericolosi. Il loro grado di pericolosità, anche sociale, è legato alla loro credibilità, al consenso per le loro iniziative, economiche, imprenditoriali, o politiche. Tanzi o Fiorani non potrebbero più contare né sull’appoggio dei loro amici, né sulla capacità di persuasione sui cittadini e sugli investitori. Una volta che le pene accessorie li abbiano costretti a risarcire le loro vittime, non è molto importante che stiano in galera per espiare e redimersi perché, a piede libero, non sarebbero più nelle condizioni di ripetere il reato e di contare sulla forza del loro nome che è l’espressione più alta del potere. La credibilità, il credito, la considerazione sono stati gli elementi del loro potere senza i quali di fatto, non sono più potenti.
Ciò è sfuggito, per esempio, a Francesco Merlo, in un modesto articolo su Cesare Previti incollato sul tipo d’autore del «cattivo», con conseguenti considerazioni neppure ironiche o paradossali. Semplicemente ridicole. Degli altri merli come lui, Di Pietro, Rizzo e Diliberto parlano di fantasmi chiamandoli potenti. Tutta la campagna di Di Pietro, in questi giorni, indica falsi obiettivi. La responsabilità vera dell’indulto è tutta sua. Avendo il Parlamento per anni ceduto al ricatto morale innescato con Tangentopoli, per ben quindici anni, si sono elusi il tema dell’amnistia e dell’indulto, alzando addirittura la soglia, per approvarli, ai due terzi dei membri del Parlamento. Non sono bastate le diverse esortazioni del Papa, anche eccezionalmente nell’aula di Montecitorio, per consentire prima di oggi una soluzione ragionevole. Quando essa arriva, per Di Pietro, è un genio del male, Cesare Previti, a ispirarla. In realtà, la condizione delle carceri è da anni insostenibile, e il Papa l’aveva affrontata sotto il profilo umanitario, restando incredibilmente inascoltato.
Il tema è semplice (l’aveva già colto Cesare Beccaria rispetto alla pena di morte): non possono punire un reato con un reato più grande commesso in nome della legge. Se compito del carcere è redimere, non si può accettare che il colpevole sia umiliato costringendolo a una pena diversa da quella dell’isolamento dalla società. Tali «pene accessorie» sono quelle relative alle condizioni igieniche, alla convivenza fino a otto, dieci persone in celle per tre. Veri e propri reati che nessuno può perseguire, ma che sono evidenti in settori affini. Se io ricovero un malato in ospedale e, invece di favorirne la guarigione, contribuisco a peggiorarne la malattia, o a farlo morire (com’è in carcere per chi si suicida), commetto un reato. Non c’è ragione di non ritenere che le condizioni umilianti, le promiscuità, i disagi, siano tutte forme di punizione ulteriori ed estranee alla pena. E lo Stato non può consentirsi una responsabilità così grave. Ecco perché l’indulto era necessario, espressione di un autentico stato di diritto, che tutela i diritti anche dei colpevoli.
E ogni volta che un carcerato ha patito più che per la sua legittima condanna, il responsabile morale è chi non ha voluto l’indulgenza in nome di una falsa questione morale. E ancora oggi la innalza come quel cappio. Di Pietro allora come oggi ha demagogicamente cavalcato alcuni propositi di vendetta che c’erano nella società e ancora confida in questa reazione facile contro chi ha compiuto e può compiere delitti. Così è potuto accadere che fossero stretti in carcere veri e propri innocenti, i bambini con le loro madri, a dimostrazione di un paradosso della punizione. Se ne è forse reso conto lo stesso Di Pietro se ha favorito quell’indultino (sollecitato dal Movimento per i diritti civili) che oggi forse consentirà a quei bambini di ritornare liberi.