Quel trader-demonio è il simbolo dell’ipocrisia di un sistema malato

Pur di affrontare in qualche modo la «guerra dei cambi» si rianima perfino il morente G7. A Washington, dove sono i arrivo ministri finanziari e banchieri centrali da tutto il mondo per l’assemblea annuale del Fondo monetario, la questione dei tassi di cambio è al centro dell’attenzione. Dovrebbero discuterne domani, nel corso di una cena al Tesoro Usa, i ministri del vecchio «gruppo dei sette», ormai esautorato di fatto dal più ampio G20, insieme coi banchieri centrali e il managing director del Fmi, Dominique Strauss-Kahn.
È stato proprio Strauss-Kahn, in apertura della settimana di incontri alla 19a strada di Washington, a lanciare l’allarme. «Sta circolando con evidenza l’idea che le monete possano essere usate come arma politica, e questa idea rappresenta un rischio molto serio per la ripresa dell’economia mondiale», ha avvertito. Anche il segretario al Tesoro americano Tim Geithner, in un intervento alla prestigiosa Brookings Institution, ha avvertito che «alcuni Paesi emergenti devono fare progressi nel rendere i tassi di cambio più flessibili e aperti al mercato. I Paesi con grandi economie e monete sottovalutate - ha aggiunto riferendosi con evidenza alla Cina - rappresentano un problema, perchè incoraggiano altri Paesi a fare lo stesso». Il Fondo monetario, secondo Geithner, dovrebbe avere un ruolo più forte sui cambi. Ma il premier cinese Wen Jiabao, a Bruxelles per incontri con l’Ue, replica a muso duro: «Basta con le pressioni per una rivalutazione dello yuan».
Se, come probabile, la Cina e gli altri Paesi del far East dovessero fare orecchi da mercante, potrebbe probabilmente subire una battuta d’arresto la riforma della governance del Fmi, con l’attribuzione di più seggi nel board direttivo ai Paesi emergenti. La cornice per una ripresa della crescita globale delineata nei G20 di Londra e Pittsburgh prevede due pilastri, e se cade uno (la cooperazione per la crescita), cade anche l’altro (la riforma dell’architettura economica). Tutti devono fare la loro parte, specie i Paesi in forte surplus commerciale, avverte il segretario Usa, altrimenti la nuova governance si ferma. Da qui nasce la cena a sette, anche se ci sarà un convitato di pietra: Pechino.
Lo stesso Fmi, nel tradizionale World Economic Outlook autunnale, invita i Paesi asiatici a spostare le loro priorità dalle esportazioni alla domanda interna, favorendo un «adeguato apprezzamento» delle loro monete. Ma più probabilmente la «danza dei cambi» proseguirà: l’economista capo del Fondo, Olivier Blanchard, pensa che un apprezzamento dello yuan sul dollaro sia possibile, grazie alla maggiore crescita della Cina, ma avverte: «É come nel tango, le mosse si fanno in due». Intanto, sui mercati, il dollaro continua a perdere terreno sull’euro, scendendo al minimo degli ultimi otto mesi e mezzo a 1,39. Nella guerra monetaria Usa-Asia, sarà l’Europa a restare con il cerino in mano?
Il Fmi non si aspetta comunque che l’economia scivoli in una seconda recessione. «La ripresa procede ma è debole nelle economie avanzate (+2,7% quest’anno e +2,2% nel 2011) e più forte in quelle emergenti (quest’anno Cina al 10,5%, India al 9,7%)», spiega Blanchard. Le ultime stime per l’Italia parlano di una crescita all’1% sia nel 2010 che nel 2011. Un lieve rialzo per quest’anno, rispetto alle previsioni precedenti, e un altrettanto lieve ribasso per l’anno venturo. Il rapporto deficit-pil dovrebbe raggiungere quest’anno il 5,1%, per poi scendere al 4,3% nel 2011 e al 3% nel 2015. Il tasso di disoccupazione è visto all’8,7% quest0anno e all’8,6% il prossimo. «É la conferma di un giudizio positivo per il nostro Paese», commenta il direttore italiano al board Fmi, Arrigo Sadun. Per alcuni Paesi, come Giappone e Irlanda, il Fondo vede invece un rischio di deflazione.