"Ma quel trattamento è inutile e dannoso"

"Una teoria scientificamente infondata". Addirittura "dannosa".
Margherita Graglia da anni si occupa di omosessualità nel suo ruolo di
psicoterapeuta e collaboratrice dell’Arcigay. Sull’argomento ha già
curato un libro <em>Gay e lesbiche in psicoterapia</em> e sta per pubblicare
<em>Psicoterapia e omosessualità</em>.

«Una teoria scientificamente infondata». Addirittura «dannosa». Margherita Graglia da anni si occupa di omosessualità nel suo ruolo di psicoterapeuta e collaboratrice dell’Arcigay. Sull’argomento ha già curato un libro Gay e lesbiche in psicoterapia e sta per pubblicare Psicoterapia e omosessualità.
Non crede alla teoria riparativa?
«Assolutamente no. E sono in buona compagnia. La mia è la stessa posizione dell’American Psychological Association e dell’American Psychiatric Association. Anche l’Ordine degli psicologi italiani ha invitato i suoi membri a non prestarsi a questo tipo di terapie».
Cosa non funziona?
«È una teoria basata su premesse prive di validità scientifica: parlano di difetto di mascolinità, arresto dello sviluppo e passano dall’idea che l’omosessualità non sia naturale al pari dell’eterosessualità».
Dunque la terapia è inutile?
«Non solo è inutile perché promette ciò che non riesce a mantenere, cioè il cambio dell’orientamento sessuale. Ma è anche dannosa perché le persone che vi si sottopongono possono sviluppare forti disagi, disfunzioni sessuali, anche tentativi di suicidio».
Noi abbiamo raccolto la storia di un ragazzo che dice di aver ritrovato la serenità.
«Alcuni dei “guariti” spesso sono bisessuali, persone che avevano già un’attrazione per l’altro sesso. La terapia può incidere sui comportamenti, ma non sul desiderio o sulle fantasie».
Deve essere difficile però costringersi ad atteggiamenti sessuali non spontanei.
«Molte delle persone che si rivolgono a una terapia di orientamento sono parecchio motivate, spesso provengono da un background familiare molto religioso e ricevono forti pressioni per cambiare».
Vuole dire che sono condizionate?
«Voglio dire che sono motivate a cambiare per essere accettate».
Però ci sono suoi colleghi che credono nella terapia e la applicano.
«Ma rinunciano alla propria neutralità e trattano l’omosessualità come una malattia. Per me se il paziente è gay o etero non cambia».
Qual è il disagio più diffuso tra i gay che si rivolgono a lei?
«Le tematiche sono le stesse che riguardano gli etero: problemi col partner o sul lavoro. Se invece parliamo di tematiche specifiche l’ostacolo più grande è il coming out, come riferire della propria omosessualità a parenti e amici».