Quel «trattino» che smembra il centrosinistra

Federico Guiglia

Come nelle medicine che mettono sempre in guardia sugli effetti collaterali, le primarie dell’Unione stanno provocando una conseguenza secondaria a chi le ha mandate giù: quella di cominciare a indovinare che ne sarà della sinistra italiana dopo l'incontro fra Ds e Margherita, le due forze principali d'opposizione intenzionate a presentarsi insieme con un'unica lista al voto del 2006 (almeno alla Camera dei deputati). Il connubio, dunque - ci si immagina - porterà a sinistra, cioè all'Internazionale socialista in campo estero? Oppure sfocerà dalle parti della sinistra, ossia verso la creazione di un Partito democratico dall'identità riformista e comunque plurale? Insomma, più modello europeo da Stato sociale all'orizzonte o più modello americano da nuova frontiera?
Questo dilemma è vecchiotto e risale almeno all’epoca in cui il Pci scelse di non essere più Pci (una quindicina d'anni fa). Ma pareva un dilemma uscito dalla porta, dopo che la Margherita aveva respinto ogni offerta elettorale sotto lo stesso tetto dei Ds. La puntura delle primarie ha invece indotto la Margherita al ripensamento: ora del progetto con le spine dice «mi ama», sfogliando i proverbiali petali del dubbio, e pertanto si prepara alla convivenza che ieri disdegnava. Il dilemma, quindi, è rientrato dalla finestra e si riassume nell'interrogativo su quale destino, di svolta in svolta, attenderà i progressisti d'Italia e i loro nuovi, vecchi alleati.
Ma oggi come allora a chi pone la questione in termini impazientemente ultimativi - e ne ha ben donde alla luce del tempo trascorso -, si continua a rispondere senza rispondere. E se Paolo Franchi (Corriere della Sera) domanda, finalmente, «kennediani o socialisti?» al centrosinistra in perenne ricerca d'identità, il segretario dei Ds, Piero Fassino, replica subito e replica così: kennediani e socialisti. Campa cavallo che l'equivoco cresce. Con l'aggravante che, dall'era delle trasformazioni del Pci in Pds, del Pds in Ds e dei Ds nell'Unione che verrà, se verrà, sono crollati muri e grattacieli, sono esplosi terrorismi e guerre, sono mutati alla radice sia i partiti socialisti d'Europa che quelli democratici d'America. La stessa metafora «kennediana» è roba di quarant'anni fa, eppure essa ancora rappresenta, a sinistra, materia di calda discussione para-ideologica, anziché di gelida analisi per la storia o per la politologia. Guardare oggi a quell'esperienza come fonte ispirativa e continuativa della propria politica, com'è capitato e capita con Walter Veltroni, preso in considerazione e pure in giro come il kennediano d'Italia o di Trastevere, significa avere la testa eternamente rivolta all'indietro.
Non è proprio il massimo per quel centrosinistra che ambisce a sprovincializzarsi anche dalla più nota ed esilarante delle sue guerre d'identità: quella del trattino, ricordate? Centrosinistra oppure centrosinistra?, e sai che sfida.
Ma agli indecisi non farebbe male constatare almeno l'evidenza: ai partiti «democratici» non succede di diventare socialisti, mentre ai partiti socialisti succede d'avvicinarsi ai democratici. L'Europa progressista soccombe al modello americano, piano piano e con molte quisquilie, ma soccombe, cioè s'adegua e s'arrende. Al punto che oggi un europeo di sinistra può indicare l'americano Kennedy, ma un americano di sinistra difficilmente indicherebbe l'europeo Marx nel pantheon dei suoi idoli. Si dirà che non è giusto sovrapporre persone e soprattutto epoche tanto diverse fra loro e che la visione del mondo degli americani non è comunque la stessa degli europei. Ma se così è, allora non si capisce perché la sinistra d'Italia non trovi qui, nel proprio Paese e Continente, il nuovo modello che è costretta a pescare fra quelli vecchi d'Oltre Oceano. O forse si capisce: dal solo socialismo che tanto ha fallito, è meglio non ereditare neanche il futuro.
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