Quel trio di Gerusalemme diviso dai calcoli

Olmert, Livni e Barak conducono la guerra con un occhio alle imminenti elezioni

La chiamano troika, ma è il triangolo del rancore e delle aspirazioni contrapposte. Lui Ehud Olmert, premier israeliano a fine carriera guarda alla storia e sogna di venir ricordato dai libri di scuola come l’uomo che distrusse Hamas. Gli altri due si accontentano di guardare al 10 febbraio, a quel voto fatale che dirà se Tzipi Livni può ancora cullare il sogno di novella Golda Meir e se Ehud Barak può illudersi di riemergere dai sottoscala della politica. E così inevitabilmente le strade per l’eternità e per le elezioni finiscono con il dividersi trasformando le scelte sull’offensiva militare a Gaza in una spietata lotta a tre.

Ehud Barak, artefice del grande inganno che ha colto di sorpresa Hamas seppellendolo sotto una valanga di bombe nelle prime ore di Piombo Fuso, sognava di chiudere tutto dopo i primi tre giorni e godersi i benefici elettorali di una vittoria e senza imprevisti. Secondo molte malelingue fu proprio lui a far arrivare all’Eliseo la soffiata su una possibile disponibilità ad un cessate il fuoco che spinse il presidente francese Nicolas Sarkozy a proporre una tregua di 48 ore. Quella volta la signora Tzipi Livni, costretta nell’ombra mentre le fiamme di Gaza ridavano lustro ai due Ehud, non esitò a schierarsi con il premier Olmert e corse a Parigi per rispondere con un bel «niet».

Scommettendo su un allungamento del conflitto e sostenendo la necessità di non scendere a trattative per negare legittimità ad Hamas, il ministro degli Esteri sperava di risalire l’erta china dei consensi. Ma la guerra, come s’era già capito ai tempi del conflitto con Hezbollah, quando Olmert la ridusse al ruolo di muto comprimario, non è il suo pane. A furia di dire «no» a qualsiasi negoziato e a qualsiasi discussione politica, la testarda Livni non s’è accorta che Condoleezza Rice si preparava a dare il via libera alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza sul cessate il fuoco. Ad un’opinione pubblica israeliana abituata a poter contare sul veto e sulla protezione americana quella svista della Livni è sembrata una leggerezza imperdonabile. E a castigarla ulteriormente ha contribuito il perfido Olmert ricordando di aver dovuto telefonare di persona a Bush per garantirsi l’astensione americana e rimediare alle sviste del proprio ministro degli Esteri. Una vendetta tenuta in serbo sin dall’autunno del 2006 quando l’ingenua Livni osò rinfacciargli gli errori della guerra ad Hezbollah.

Con Ehud Barak, ministro della Difesa odiato e inviso sin dal giorno della sua entrata nel gabinetto, il vecchio Olmert non intrattiene rapporti migliori. E così mentre la Livni implora una chiusura unilaterale delle ostilità e Barak scommette su una via d’uscita diplomatica concordata con Francia ed Egitto, l’ineffabile Olmert rilancia l’avanti tutta, scommette su quella fase 3 che prevede l’entrata in ballo di 10mila riservisti e la cancellazione di Hamas. Domenica notte ha ribadito le sue posizioni durante un tempestoso faccia a faccia con gli altri due componenti della troika. Qualche ora dopo, in un incontro con i sindaci delle città bersaglio dei missili di Hamas, ha rilanciato il messaggio della fermezza. «O noi o loro - ha detto -: siamo in guerra contro un’organizzazione d’assassini e non possiamo permetterci il lusso di essere arrendevoli e morbidi». Subito dopo ha convocato quel Gabinetto di Sicurezza dove il voto di generali e vertici dei servizi di sicurezza gli consentirà di ignorare le riserve dei ministri meno risoluti.