Quel triste slalom tra mendicanti veri e presunti poveri

Marcello D’Orta

È destino ch’io debba camminare a zig zag, nella mia città. Da ragazzo cambiavo marciapiede in continuazione, e vi spiego perché. Appena uscito da casa, pur dovendo incamminarmi per la mia destra, attraversavo la strada per non incontrare il guardamacchine, una specie di lottatore di sumo che manifestava il suo affetto per me con una stretta mortale; dopo qualche metro guadagnavo il marciapiede giusto, anche per evitare il giornalaio, cui ero sempre debitore di qualche lira. Fatti cinquanta metri, ero costretto a riattraversare la strada per il rischio di imbattermi nell’infermiera, che sperava in un mio fidanzamento con la figlia claudicante, brutta e handicappata.
A distanza di quarant’anni, ancora cammino così. Non per sfuggire a posteggiatori, edicolanti e ruffiane, semplicemente per scansare i mendicanti. Nel mio quartiere di mendici, indigenti e povericristo ce n’è una folla, di tutti i colori e razze, maschi, femmine e trans. Io sono un abitudinario; alle nove mi trovate al bar, ed è naturale che dopo aver preso il caffè e mangiato una sfogliatella mi senta ben disposto a far cadere nella mano del primo questuante una moneta da 50 centesimi. È altrettanto naturale che dopo aver comprato sette od otto quotidiani, e speso circa dieci euro, altri 50 centesimi per la zingara della farmacia non mi pesino, ma se la passeggiata si protrae siamo fregati. Perché il discorso vale per me come per voi, abitanti delle grandi città.
Ecco il nero che si para davanti e ti chiama «papà»; ecco il russo che suona alla fisarmonica un pezzo nostalgico; ecco la famiglia di non sai che parte del mondo, distesa a terra come un involto di panni sporchi; ecco il vecchio che mostra un troncone di gamba, e la megera sdentata che sembra uscita da una tela di Caravaggio; ecco il ragazzo col pappagallino che pesca il biglietto fortunato; ecco il giovane in ginocchio nel bel mezzo della via, con accanto un cartello con su scritto: Ho fame; ecco la donna seduta sui gradini della chiesa che ti ricorda che è coi fatti e non solo con le preghiere che si va in Paradiso; ecco il barbone puzzolente di vino, ai cui piedi è accucciato un cane che si lecca le ferite; ecco il mendicante «biblico», nei cui occhi, simili a quelli di Omero, si scorge «una luce carica di presenza ultraterrena. Ha la casta impassibilità (...), la solitudine di certi beati» (Domenico Rea). Molti portano cartelli appesi al collo, in cui descrivono la loro condizione di reietti, di affamati, di perseguitati dal destino. Perfino di prossimi cadaveri: «Sono agonizzante. Tra poco vedrò Dio. Approfittate. Mi ricorderò di voi, anima pietosa». Fra tanti «originali», i «falsi» (e come potevano mancare, a Napoli?). Un mio ex alunno, per esempio, sorpreso dal sottoscritto a mendicare presso un casello della tangenziale. Presentava un solo braccio, ma per me (e in via eccezionale) ne mostrava due. Arte dell’invenzione, non nuova, naturalmente, anzi secolare, e basterebbe citare Peppino De Filippo, il quale raccontava di un tale che usciva da casa con una bara in spalla, e sospirava: «Sono senza una lira, se non mi aiutate devo sotterrare mio figlio in un campo o in mare. Datemi almeno i soldi per il loculo al camposanto». Lo scherzetto gli riuscì per qualche tempo, poi si venne a sapere che non era sposato e non aveva figli.
Che cosa fanno i politici per tutelare il cittadino? Esiste una «regola statale, parastatale» (per dirla con Totò) che salvaguardi la libertà del «pedone» dall’assalto dei questuanti e nello stesso tempo garantisca la sopravvivenza a questi poveri disgraziati? Ieri ho contato i poveri che ho incrociato: venticinque (per un percorso di un’ora). Ne ho beneficiati dieci, per la cifra complessiva di dodici euro. Ciò nonostante, credete sia soddisfatto di me? Questa notte, quando balzerò (come al mio solito) nel letto, sarà anche a causa di quei quindici che ho ignorato.
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