Quel velo rotto dalla tv

La televisione ha una indiscutibile, forte influenza sull’opinione pubblica, quindi, soprattutto in periodo elettorale, va regolato l’accesso alle emittenti e calibrato il tempo di presenza dei soggetti politici. Questo è il pensiero condiviso dalla più alta carica dello Stato, dall’opposizione al governo e da una parte non irrilevante della maggioranza di governo. Da un punto di vista teorico, quel pensiero è giusto, se invece lo si esamina in una prospettiva storica (cioè quella che ha costruito il problema), si aprono delle questioni che ne mettono in crisi la sua apparente correttezza formale.
L’uso di Berlusconi della televisione è stato provvidenziale per spaccare la crosta del conformismo, per rompere il monopolio del politicamente corretto che impedivano la discussione reale.
Dal dopoguerra, per oltre quarant’anni, le alternative d’opinione avevano due punti di riferimento dettati dalla Guerra Fredda: da una parte il socialcomunismo che guardava verso l’Unione Sovietica, dall’altro la democrazia che guardava verso l’Europa occidentale e oltreatlantico. Si trattava però di una alternativa che si sviluppava soltanto sul piano teorico e culturale, perché si sapeva che non avrebbe influito sulla realtà politica dell’Italia, solidamente ancorata al Patto Atlantico. Si facevano grandi discussioni tra intellettuali e politici, dotte quanto inutili per modificare gli assetti del Paese. E il conformismo regnava sovrano, difeso dal fronte unito della stampa che si divideva ordinatamente il campo di influenza, che non si sognava di invadere quello dell’altro, che si guardava bene dall’aprire polemiche che avrebbero potuto incrinare il conformismo delle opinioni. E infatti gli spostamenti quantitativi dei partiti politici variavano - perché non dovevano cambiare - di percentuali infime, mutavano di uno zero seguito dalla virgola.
Gli avvenimenti politici internazionali - crollo del Muro di Berlino, fine della Guerra Fredda - mettono in crisi lo schema della politica nazionale insieme al conformismo dei due campi avversi (quello filosovietico e quello filoatlantico). Quindi, nuove libertà di opinione, freschezza e autenticità del dibattito politico-culturale? Magari! Proprio il contrario. Di due conformismi finiamo per averne uno soltanto, ben compattato, unificato, sottoscritto dalla stampa e dalla magistratura che diventa il giudice superiore, l’ente morale che stabilisce ciò che è giusto e vero. Siamo nei primi anni Novanta.
La stampa che ha l’occasione storica di costruire differenze vere tra le opinioni del pubblico, la stampa che ha l’opportunità di dibattere con libertà le idee si accoda a un conformismo di massa ispirato dal moralismo della magistratura. Il tratto che caratterizza i commentatori e gli opinionisti della grande stampa nazionale è quello di non mordersi, di non scontrarsi tra loro. In Italia, in quegli anni, non c’è libera discussione perché c’è un conformismo di massa che si autopresenta come il giudice superiore, per cui ogni altro punto di vista che tenta di farsi strada è ritenuto immorale.
Altro che stampa «cane da guardia» della libertà! Faceva la guardia al conformismo. La stampa italiana non impara nulla da quella inglese, francese, spagnola, americana, dove si trova un Daily Telegraph che attacca a sangue gli opinionisti del The Guardian, un Le Monde contro Le Figaro, un Pais contro l’Abc, un Washington Post contro il New York Times. Da noi, in perfetto stile accademico, si fa grande esercizio di conformismo e si chiama questo «libertà».
La libertà è conflitto di opinioni, è scontro acceso tra punti di vista differenti: il suo nemico è il giudice che si erge superiore sugli altri e seleziona quello che è morale o immorale, intelligente o stupido.
In questa melassa irrompe attraverso le televisioni Silvio Berlusconi e fa saltare il banco del conformismo politicamente corretto che impediva la discussione reale.
D’accordo sul fatto che in linea teorica i tempi televisivi per i politici debbano essere oggi regolati, ma la libertà di dibattere opinioni, di polemizzare su punti di vista diversi è un’esigenza molto concreta di una società democratica. E si dovrebbe ricordare che le idee per manifestarsi liberamente hanno sempre bisogno di una rottura degli schemi conformistici della comunicazione.