Quel vino che sapeva di pellame e di pelliccia

Caro Granzotto, mi permetto di inviarle un mio libretto. Non cerco alcuna pubblicità, tanto che a indicarne l’autore ho usato uno pseudonimo. Riscontrando che anche lei considera il «mercato» enogastronomico una gran presa per i fondelli (eufemismo) mi sono permesso di fargliene omaggio. Rivolgendosi a lettori che usano la loro testa nell’occuparsi di enogastronomia, toglie qualche curiosità e sfata alcune leggende metropolitane. E valga anche come credenziale per la mia associazione al club del Tavernello.
Pipi Carneade - Verona


Il libro, cari lettori, ha per titolo Vino, gastronomia e dintorni e si rivolge, tanto per esser chiari, a quanti «non amano troppo le iperboli sul vino o sulla tal ricetta». Un capitolo è dedicato ai giudizi dei così detti intenditori, ovvero sia all’orgia di «sentori». «Stoffe», «nasi» (di un Barbaresco: «Resta un po’ chiuso al naso dove si avvertono accenni di confetture di more e china…». Di un Barolo: «Porge un naso con sentor di fragola, rabarbaro e cuoio…») «vesti» e «strutture». E vi si racconta di quell’amico che aveva acquistato un paio di cartoni d’un vino «considerato nel XVIII e XIX secolo una alternativa ai grandi vini di Bordeaux» e del quale aveva letto che ’al naso propone la prima sensazione di intensa frutta matura, mora, prugna, per spaziare attraverso una speziatura dolce di noce moscata e di cannella e di sentori lievemente animali fatti di pellame e pelliccia. In bocca è austero e potente, dal tannino vigoroso tuttavia estremamente vellutato». Felice come una Pasqua ne stappò una bottiglia ma al secondo bicchiere fu preso dallo sconforto. «Sorso dopo sorso - raccontò al Pipi Carneade - cercai di trovare almeno una volta un profumo se non proprio di pellame e pelliccia, almeno di cannella e noce moscata… Niente! L’odore era ottimo, ma non sono nemmeno riuscito a percepire la mora e la prugna e tu sai che questa frutta da me in campagna cresce e la colgo matura.
«Ho provato almeno a sentire nel sapore il tannino vigoroso ma estremamente vellutato… Niente! Nemmeno il fustagno ho trovato in alternativa al velluto». Faccenda che lo fece sentire doppiamente ignorante: per non aver saputo cogliere la pittoresca varietà di «sentori» e soprattutto perché fino a quel momento «il vino mi piaceva per quello che era» mentre vien fuori che a chi non sia un troglodita il vino piace - deve piacergli - perché sa di pelliccia.
Lei è socio honoris causa, caro Carneade. Anche noi del Circolo ci accontentiamo, orpo se ci accontentiamo, «di aver educato olfatto e palato ad apprezzare un vino per le sue qualità» e non perché dovrebbe aver sapore di catrame, menta, melanzana, pepe bianco o nero, frutti acerbi o maturi, bacche rosse e bacche verdi, cuoio, legno, ferro e pellami.
Che se poi sapesse davvero di tutte quelle cose lì Davide non avrebbe certo affermato e il Salterio registrato - e lei, caro Carneade, ricordato nel suo libro - che il vino ha da rallegrare il cuore dell’uomo. Un dito di sbobba che sa di pellame te lo affligge, il cuore, altro che allietartelo.
Ps: ma poi ci dirà chi si nasconde sotto lo pseudonimo di Pipi Carneade?