QUEL VIZIO CHE NON MUORE

È giusto definire infelice il «consiglio» che Berlusconi ha dato a una giovane precaria? Sì, direi certamente di sì: è giusto. E ancora: è giusto definire imbarazzante e sgradevole l’intervista con cui Ciarrapico ha rivendicato il suo status di fascista non pentito? Ancor di più è giusto, giustissimo.
Ma, al tempo stesso: ha senso che siano questi i due temi principali dell’agenda politica? No che non ha senso. Eppure da quasi una settimana a tenere banco è il caso-Ciarrapico, non il crollo del Pil o i rifiuti di Napoli. Così come ieri l’argomento più dibattuto non è stato il caro-benzina o l’inflazione, ma quel «sposi un milionario, magari mio figlio» rivolto alla laureanda in cerca di lavoro. Berlusconi ci ha abituati a uscite del genere, spesso accompagnate (come in questo caso) a galanterie di dubbio gusto. Si è liberissimi di provare simpatia o antipatia, nei suoi confronti. Ma ci chiediamo se sia normale un Paese dove una sciocchezza del genere diventa la prima notizia del televideo. Se uno legge le dichiarazioni dei leader del centro sinistra senza conoscere l’antefatto, è indotto a pensare che Berlusconi abbia annunciato come minimo la reintroduzione della schiavitù. «Come italiano mi vergogno», ha detto Franceschini. Per Rosy Bindi, invece, è Berlusconi che «dovrebbe vergognarsi». Bertinotti ha parlato di «allarme». Franco Giordano è «sconcertato e arrabbiato», dice che quanto è accaduto «dimostra che in Italia esiste ancora una lotta di classe».
Tutte dichiarazioni gravi e solenni che son diventate d’improvviso ridicole alle 20,43 di ieri sera, quando Perla Pavoncello - questo il nome della precaria - ha dettato alle agenzie poche ma semplici parole: «È stato uno scherzo, un gioco, se Berlusconi andrà al governo mi aspetto che mantenga le promesse». Ed è talmente «offesa», la ragazza, che ha concluso: «Probabilmente voterò per il Pdl».
Ci sarebbe da ridere, se tutto questo non dimostrasse - ahimè - che la sinistra non ha abbandonato la sua tradizionale forma di lotta. Non si tratta solo di anti-berlusconismo. A Berlusconi è stata solo applicata una tecnica che una certa cultura ha sempre applicato al nemico di turno, come ha ben spiegato il 27 gennaio scorso, su La Stampa, uno studioso certo non «di destra» come Luca Ricolfi: «Per potere restare fedele al mito del socialismo sovietico, la cultura comunista ha dovuto sviluppare una straordinaria capacità di ignorare i fatti, distorcere le informazioni e manipolare le coscienze». Quella «capacità» è sopravvissuta alla fine del comunismo e condiziona ancora oggi una sinistra che - paradossalmente - è poi la prima vittima di un simile modo di procedere, che la limita alla demonizzazione dell’avversario e le impedisce di aggiornare la propria analisi della società italiana.