"Quel vulcano d’uomo sarà sempre il nostro Pavlova"

Bono Vox, compagno di tanti megashow, ha incontrato Nicoletta Mantovani: "Ma oggi il dolore è troppo forte, meglio il silenzio"

nostro inviato a Modena

«Ricorderò sempre quel vulcano d'uomo. Per noi degli U2 continuerà ad essere il nostro “Pavlova”». La lunga giornata di Bono degli U2 è finita a quattr'occhi con Nicoletta Mantovani sulle poltrone dell'Europa 92, il ristorante preferito dal maestro, un posto sereno a dieci minuti da Modena (si gira a destra prima di arrivare a Montale) dove i brindisi festeggiavano sempre a notte fonda la fine del Pavarotti & Friends. Una chiacchierata sottovoce al tramonto, qualche confidenza. Bono era arrivato all'aeroporto Giuseppe Verdi di Parma poco prima delle due del pomeriggio con un volo privato da Dublino. A bordo, lui con la moglie Ali, il chitarrista The Edge con Morleigh Steinberg e il manager Paul McGuinness che li accompagna sempre in giro per il mondo. È stato un viaggio inconsueto anche per una rockstar che vive in volo (e difatti nessuno, tanto per dire, a Modena ha visto Sting o qualche altro numero uno che con Pavarotti ha diviso palco e voce). È stato l'omaggio sincero di un figlio al padre artistico, l'ultimo grazie prima dell'addio per sempre. «Troppo dolore, meglio il silenzio, lasciatemi stare».
Dopo l'atterraggio a Parma, velocissimo trasferimento a Modena, alla cattedrale. E, appena fatto ingresso in chiesa, Bono e The Edge, lui vestito di nero con i soliti occhialoni, l'altro senza il solito berretto ma con una giacca grigia molto irlandese, si sono seduti in prima fila, ciascuno con la moglie di fianco, giusto pochi minuti prima che arrivasse anche Franco Zeffirelli (alla sinistra di Bono) e la cerimonia iniziasse. Dall'altra parte, neppure a tre metri di distanza, il presidente del Consiglio Prodi. Di sicuro, e lo conferma anche chi l'ha accompagnato in questa trasferta lampo, Bono è arrivato molto addolorato, realmente sconvolto per la morte di quella che era in qualche modo una delle sue guide artistiche e con la quale per anni aveva intrattenuto rapporti lontani ma presenti, accomunati dalla gigantesca fama comune e dal comune impegno per le buone cause. «Big Luciano è un punto di riferimento» ha detto Bono una volta parlando di diritti umanitari.
E per tutto il funerale, ancora prima di prendere la comunione sfilando accanto alla bara, Bono ha tenuto per mano la moglie, l'ha abbracciata quando l'Ave Verum di Bocelli ha toccato picchi inarrestabili, le ha confidato i pensieri, le ha tradotto le parole di una delle figlie del maestro venuto a salutarlo. Un'intimità che smentisce tutte le sue presunte love story. E neanche uno sguardo a Prodi, nessuna concessione alla mondanità. Forse a Bono sono passati davanti agli occhi i momenti di Miss Sarajevo, la ballata di metà anni Novanta che mescolava i toni dolci e visionari degli U2 (o, come preferivano farsi chiamare in quel momento, dei Passengers) con la voce di Pavarotti. «Dici che il fiume/ trova la via al mare/ e come il fiume/ giungerai a me» erano i versi che il maestro imponeva a metà canzone, anzi faceva esplodere con una vitalità contagiosa capace di prendere sottobraccio la voce malinconica di Bono.
«Lasciatemi stare» ha detto lui sgattaiolando via dal retro del Duomo, protetto dalle guardie del corpo cui poco prima, con gli occhi lucidi, aveva chiesto: «E ora che cosa dobbiamo fare?». The Edge si era appena lasciato sfuggire: «Provo in questo momento una profonda tristezza». A quel punto, mentre le Frecce Tricolori sfilavano in cielo, l'autista li ha portati all'Europa 92. Loro, l'ex segretario dell'Onu Kofi Annan, Zucchero e pochi altri. Scena surreale: nel ristorante da un banchetto festoso si è alzato qualcuno attirato dall'arrivo dei quei volti famosi e tristi. Ma è un momento. Poi la chiacchierata sottovoce di Bono con Nicoletta Mantovani: insieme hanno trascorso qui, al ristorante Europa '92, la sera triste dell'addio più difficile.