Quell’alta società alla moscovita

Si chiamano Robsky, Ogorodnikova e Kuchkina: le loro sono storie di dollari, orge e giornalisti disillusi

«Sotto i piedi degli uomini, la terra. Sotto quelli delle donne, la verità». L’epigrafe algerina non si smentisce nemmeno nel caso delle russe, anzi delle «nuove russe». Che si tratti di giornaliste, donne d’affari o mogli di neopaperoni. Alla ribalta russa e internazionale in questi ultimi mesi ne sono salite almeno tre e tutte per merito, o colpa, di autobiografici romanzi «a chiave» che svelano senza peli sulla penna meccanismi, luoghi e scopi dell’ascesa del nuovo potere economico e sociale dell’ex superpotenza, oltre a fornire succosi dettagli sul coté privato dell’élite moscovita.
La più rapida a percorrere la strada del successo editoriale è stata Oksana Robsky, che con il romanzo d’esordio Casual ha travolto le librerie di Mosca l’estate scorsa e in un anno è arrivata, dopo aver percorso quelli europei, agli scaffali americani, dove il romanzo è uscito in giugno per Regan, il marchio Harper Collins dedicato alle «raunch girls», le femmine dure ma sexy, così di tendenza negli ultimi due anni.
Prima di diventare una scrittrice di bestseller (è al giro di boa del terzo romanzo), la Robsky ha gestito una catena di arredi asiatici (il lusso nel design di interni è l’ultima modalità di esibizione del conto bancario a Mosca come a San Pietroburgo); è stata a capo di «Nikita», agenzia specializzata nella fornitura di guardie del corpo e ha disegnato uniformi per la servitù del quartiere Zhukovka, dove vive la crème di Mosca. Nel romanzo, a tratti vicino al thriller giornalistico, ha sviluppato le sue esperienze come conoscitrice privilegiata dell’alta società moscovita. I nuovi ricchi ne escono malconci ma risultano simpatici: sono in grado di spendere 12mila dollari in una mattina di shopping, si innamorano anche due volte al giorno e organizzano allegre orge spudorate in hotel a cinque stelle. L’esplosivo successo di Casual ha generato finora un seguito e un ristorante omonimo, naturalmente frequentato dall’alta borghesia russa.
Stesso genere, ma diverso punto di vista quello del bestseller di Tatyana Ogorodnikova, A marriage contract. Il set è quello di Rublevka, l’esclusiva strada dei quartieri alti di Mosca dove hanno sede le magioni dell’élite politica e d’affari russa. Stavolta però la narratrice non è una precaria al servizio dei nouveaux riches, bensì la rispettabile moglie di un importante uomo d’affari. «Manuale per ragazze che vogliono accalappiare un oligarca e vivere per sempre felici e contente», come l’ha definito l’autrice, A marriage contract dipinge in realtà un piccolo inferno in miniatura, riservato a queste mogli «fortunate»: quand’anche fedeli e innamorate, verranno sistematicamente tradite e trascurate a favore di concorrenti più giovani, fino a quando non sono messe da parte con divorzi che prevedono alimenti da fame e l’inevitabile cura dei bambini nati nel frattempo. Perciò l’Ogorodnikova suggerisce un contratto prematrimoniale: just in case, come dicono gli anglosassoni.
Il caso di Olga Andreevna Kuchkina è il più serio e complesso: giornalista di lungo corso - ha iniziato nel 1957 - della Komsomolskaya Pravda, ha dato alle stampe a luglio The floor («Il piano», inteso come settimo piano dello stabile in cui ha sede la redazione del giornale). La Pravda naturalmente nel libro non viene nominata nemmeno una volta, ma lei stessa, in un’intervista dalla sede provvisoria in cui si è stabilito il quotidiano dopo l’incendio dello scorso febbraio, ha ammesso che il personaggio di Andrej, il giornalista disilluso protagonista del romanzo, è ispirato alla sua storia personale e a quella dei suoi colleghi.
Uno spietato direttore donna, unica concessione alla fiction pura (la Pravda non ne ha mai avute), è responsabile del tracciato in ribasso della carriera di Andrej, che proprio non riesce a mandar giù i nuovi principi di business e la «svergognata» politica editoriale populista in base ai quali viene retto il giornale negli ultimi tempi: «Era un giornale che aveva Stile, con la S maiuscola. Era un giornalismo di Stile. È lo Stile che è morto». L’emarginazione dell’imprudente Andrej va di pari passo con quella toccata in sorte alla sua autrice: sebbene non abbia mai criticato esplicitamente il cambiamento di politica del suo giornale («Non potrei mai criticare la mia terra madre», ha detto), è un fatto che mentre ai tempi del comunismo compilava riflessive articolesse di propaganda di due pagine e oltre, oggi si occupi soltanto di brevi pezzi d’arte.