Quell’altolà per emarginare Rifondazione

L’avvertimento lanciato da Dini agita le vacanze natalizie. Una pausa che Prodi sta utilizzando per tentare il rilancio del governo: aperture su salari e fisco per recuperare la sinistra; segnali di pace a Veltroni e Prc sulla legge elettorale (se ne occupi il Parlamento, il governo non si impiccia); operazioni di Palazzo per rafforzare i numeri del Senato.
Se poi la Corte costituzionale bocciasse il referendum, il premier avrebbe solo da guadagnarci: attorno alla legge elettorale cadrebbero ansie e fibrillazioni, e il governo potrebbe rimettere il processo delle riforme nella propria agenda, ma in coda alla legislatura. Non a caso la verifica scivolerà a dopo la sentenza della Consulta.
Ieri Prodi era a Palazzo Chigi a preparare la conferenza stampa di fine anno di oggi. Occasione importante per far capire di essere ancora in sella e di volerci rimanere, e per mandare una serie di messaggi alla propria precaria maggioranza. Ma la vigilia è stata rovinata dall’altolà diniano, e ora tutti nell’Unione si interrogano su cosa voglia fare il senatore.
Di certo Dini complica la verifica a Prodi: se conta di ricomprarsi il Prc con le sue aperture sociali, lui e i suoi si metteranno di traverso. E al primo voto utile lo faranno cadere, si suppone: «Cercheremo in Parlamento le condizioni per un governo di transizione», dice D’Amico. Dai cespugli di centrosinistra è partita una raffica di niet: dopo Prodi c’è solo il voto. Il Pd resta silente: per Veltroni la caduta di Prodi ora sarebbe un problema (ma anche un prolungarsi eccessivo del suo governo lo sarebbe), e dare sostegno a un altro esecutivo assieme a Berlusconi assai arduo. «Non può permetterselo», assicura il verde Cento. Ma nell’entourage del sindaco non si esclude a priori nulla: se si apre la crisi, «la riforma va comunque fatta», e dare l’appoggio a un governo «del Presidente» destinato a durare pochi mesi potrebbe diventare il male minore.