Quell’«altro sport» che supera gli steccati

Diego Pistacchi

Un altro sport è possibile. Lo dice il titolo. Ma serve un libro per capire che non è una frase fatta, che non è uno slogan no global riadattato alla bisogna. Anche se magari ogni riferimento a fatti, persone e idee politiche non è del tutto casuale. Ma questo libro dice che è possibile un altro sport, capace proprio di accettare e mettere insieme persone e idee diverse. Di più, diametralmente opposte.
Siamo a Sestri Levante. Sestri «la rossa». Ma si parla di basket, da trent’anni. Da quando cioè, il 17 dicembre 1976, una decina di ragazzi e un presidente di società sportive per vocazione, decidono che Sestri non può restare senza una squadra di pallacanestro. E si vedono nella canonica della parrocchia di Santa Maria di Nazareth. Negli anni in cui si stava di quà o di là, era una scelta precisa. E d’altra parte sulla scelta del suo presidente fondatore, il commendator Francesco Baratta, non ci potevano essere dubbi. Eccolo il primo miracolo. Bisogna saltare a pié pari trent’anni di storia e arrivare a oggi. Quando il presidente del Centro basket è Giacomo Conti, segretario regionale di Rifondazione Comunista. E quando il libro del trentennale lo pubblica «Gammarò», che riunisce editori per i quali Rifondazione a volte sta troppo a destra, ma lo firma Maria Vittoria Cascino, che scrive per il Giornale e lavora per Telepace. Un altro sport, quello che va oltre ai colori, è possibile.
I colori, va detto, sono il bianco e il verde del Centro basket. Sono quelli che hanno sventolato prima sui parquet del Tigullio, poi in quelli della provincia, poi sono arrivati anche nei «templi» del basket italiano e hanno fatto da sfondo a un centro estivo organizzato con Dan Peterson. Perché nei trent’anni di storia della società c’è spazio per grandi successi nati dalla passione pura, ma anche da grandi capacità manageriali dei dirigenti. Che hanno dato spazio soprattutto ai giovani, persino ai bambini più piccoli, creando un Centro Minibasket che è diventato il più importante della regione, organizzando eventi estivi che hanno visto la collaborazione dei mostri sacri del basket come la Fortitudo Bologna. Perché poi quell’«altro sport» è tutto racchiuso in una frase destinata a restare nella storia della società. L’ha pronunciata proprio Francesco Baratta nel maggio 1987, alla fine del suo decimo anno di presidenza. E alla fine del suo mandato: «Termino con una constatazione che potrà sembrare poco ma per noi è molto - si congeda Baratta -. Del migliaio di giovani che si sono avvicendati in palestra e hanno praticato lo sport con noi, nessuno si è immesso nel tunnel della droga: lo sport è anche questo».
Forse avrebbe voluto dire, che è «solo questo». Ma sarebbe riduttivo per tutti i risultati sportivi centrati dalla squadra. Il libro racconta tutto con una puntualità disarmante e soprattutto potrebbe anche leggersi come un trattato di politica sestrese. Perché il Centro basket si confronta e spesso si scontra anche con le amministrazioni comunali. E regala altre contraddizioni. Perché Giacomo Conti oggi punta alla serie C1, a un’organizzazione manageriale e ambiziosa della società, cerca nuovi e importanti sponsor. Ma i biancoverdi, nel 1986, tutto questo l’avevano già trovato, quando sulle magliette dei cestisti era comparso il marchio di Fantalandia, il grande parco dei divertimenti che voleva portare il suo nome «in giro per l’Italia», e aveva scelto di farlo rendendo grande la squadra di basket. Ebbene, quel sogno, quello di Fantalandia, naufragò anche e soprattutto sotto i colpi dell’ala dura del Pci, degli antenati di Rifondazione. E quella degli ambientalisti dell’architetto Baraldi. Che è anche il firmatario di quel progetto di palazzetto dello sport che Conti vorrebbe rispolverare oggi. Ma qui sta proprio il bello. Questa è solo politica. Mentre un altro sport è possibile.