QUELL’APRILE DEL 1945

Nel 1923 le elezioni a Voltri portarono al potere il partito fascista e il primo sindaco fascista fu Gio Batta Magnani che nel 1925 diede le dimissioni perché contrario al conglobamento di Voltri nella Grande Genova. Prese il potere il commissario regio De Filippi che nel 1926 firmò il documento con il quale Voltri rinunciava alla sua autonomia. Da quel momento Voltri seguì le sorti di altri 19 comuni conglobati e la cittadinanza si adeguò alle leggi del regime.
Nel 1940 scoppia la guerra e 4 giorni dopo navi francesi bombardano Voltri: è solo l'inizio della tragedia.
Il 25 luglio 1943 cade il regime fascista, il giorno dopo la folla assale la Casa Littoria di Voltri e, in una furia iconoclasta, distrugge i simboli del fascismo: aquile imperiali, fasci e soprattutto il busto bronzeo di Mussolini che, legato con una corda, viene divelto, messo su una carriola e buttato in mare nel sito detto «U Bullu du Can». Gerolamo Porrata ricorda: «Assieme a me, fra i primi assalitori alla Casa Littoria, ci furono Puppo Gegé e Pompeo Mantero, il cadetto che ci comandava al sabato fascista che immediatamente fece un voltafaccia clamoroso. L'obiettivo era di scardinare i fasci littori posti sopra il poggiolo della torretta, ma io, mi fermai dalla statua di Mussolini posta nell'ingresso; legatala, la trascinammo dai tre scalini di uscita e quando fu sull'asfalto un tizio la prese a martellate rovinando malauguratamente un dito di un suo amico che aveva proprio lì la sua mano».
I tombini erano intasati dai distintivi del fascio: nessuno era più fascista e molti entravano nella Casa Littoria per bruciare fogli dove appariva la loro appartenenza. Lo stesso giorno del 26 si apre la caccia al fascista: la folla inferocita entra nelle case dei caporioni e fa scempio di oggetti, mobili e quanto d'altro trova, getta giù dalla finestra.
Il 26 luglio 1943, il giorno dopo la caduta del fascismo, il palazzo Mameli, sede dei carabinieri, è circondato dalla folla che vuole e ottiene di liberare dal «fermo» alcuni antifascisti; poi si divide in tronconi e sotto l'effetto di una specie di ubriacatura iconoclasta, la canea si sposta sotto due palazzi della stessa via Buffa dove abitano 2 caporioni fascisti. In molti salgono le scale, entrano negli appartamenti distruggono, prendono, gettano mobili dalla finestra, si forma nella strada sottostante un mucchio di cose varie al quale viene appiccato il fuoco. Una di queste case è del maestro Bianchi dove vengono trovate le fedi donate alla patria che lui aveva quasi estorto alle madri voltresi. Un popolano, mio vicino di casa, le getta dalla finestra ma alcune se le tiene. Due mesi dopo i danneggiati inviano foto e denunce alla Procura e i carabinieri devono fare indagini. Al ritorno dei fascisti, dopo l'8 settembre 1943, alcuni presunti danneggiatori furono arrestati dalle brigate nere e condotti in un campo di concentramento presso Modena.
Iniziano i due anni terribili della guerra civile. Alle Brigate nere di Salò, si contrappongono i partigiani; è uno stillicidio di sangue continuo. Nel 1944 avevo 6 anni, quando il mio parrucchiere mi vide i pidocchi e mi fece la zucca pelata. Si chiamava Castellaro Giuseppe e di lì a poco fu torturato e ucciso a Pegli dai fascisti. Poco dopo l'altro parrucchiere Bagnasco seguì la stessa sorte. Spiate e lettere anonime erano all'ordine del giorno! Il capo partigiano Giò Montagna fu preso in ospedale e inviato in Germania dove fu subito cremato. Giuseppe Canepa di Crevari cade in un tranello e viene ucciso dai fascisti a Cerusa; il ventenne partigiano Salvati deportato in Germania non fa più ritorno, Rossini pure. Naturalmente i partigiani non stavano a guardare e controbattevano colpo su colpo. Durante i bombardamenti inglesi ero dentro il rifugio di via Alassio il quale rimase illeso dopo essere stato colpito da ben 10 bombe: fu un'esperienza terribile! Non riuscivo più a respirare dalla polvere che entrava dall'imboccatura della galleria poi, finalmente, suonò il «cessato allarme».
Uscito dalla galleria vidi il mio quartiere semidistrutto dalle bombe, molte famiglie erano disperate e cercavano fra le macerie chi un congiunto, chi un amico, chi un mobile. C'era chi dalla paura aveva perso la memoria, chi all'improvviso si trovò con i capelli bianchi, chi se li strappava dalla disperazione, chi non si accorgeva di farsela addosso. La paura imperava ma la fame le faceva una concorrenza spietata. Sorse allora come d'incanto la borsa nera. Con gli ultimi soldi rimasti molti si spostavano nel basso Piemonte in cerca di un chilo di polenta, di farina, di fagioli che una volta trovati e comprati non era detto che si riuscisse a portarli a casa in quanto, come ben si sa, si trattava di un commercio proibito e tedeschi e brigate nere molte volte requisivano la merce. Non cessava pertanto la guerriglia e all'Olba si era formato un gruppo sempre più folto di partigiani che prese il nome di Brigata Buranello, mentre in città continuavano le azioni notturne dei «gapisti». In centro, in via Roma viene barbaramente ucciso il partigiano voltrese Luigi Lanfranconi (medaglia d'oro).
Siamo al febbraio 1945, siamo agli sgoccioli, ma a casa mia entrano ancora i brigatisti neri per una perquisizione, è la seconda, la prima la fecero nel 1942 i miliziani e i carabinieri che misero al fresco mio padre per 3 mesi per accertamenti. Fra fame, tradimenti, delazioni, mitragliamenti, rappresaglie e agguati notturni si arriva al 23 Aprile 1945.
Un mare di sangue è già stato versato ma non finisce li, troppo comodo sarebbe stato. Arriva l'ordine dell'insurrezione nazionale, bisogna uscire all'aperto? I capi partigiani di Genova, fra i quali il generale Martinengo e Taviani, dicono che non è il caso, dato che fascisti non ce ne sono più, i tedeschi sono pronti a trattare e gli alleati sono già alla Spezia. «Ma purtroppo noi non possiamo controllare le varie "bande" che tra l'altro, per ragioni di sicurezza non si conoscono neanche fra di loro». Lasciamo tutto ciò al giudizio della Storia e vediamo cosa successe a Voltri quella mattina del 24. Alle ore 8 mentre bevo il latte caldo mia mamma sgrida mio padre: «Imbecilli, non sapete cosa state facendo, i tedeschi dalla Villa ci stermineranno tutti, stai a casa, hai 45 anni e hai due figli, cosa vuoi fare?».
Ore 8,30 circa i partigiani sparano contro il Castello di Leira, quello color rosa in piazza del Municipio, i due tedeschi del centralino da quella favorevole posizione rispondono al fuoco con fucili a cannocchiale; cade per primo il commissario Ratto. Cade per secondo il Gaggero che si era recato in piazza per vendicare l'amico. Dalla Villa i tedeschi iniziano a sparare colpi di mortaio che uccidono i due militi della Croce Rossa, Caviglione e De Barbieri che volevano soccorrere il Gaggero agonizzante; uccidono con mitragliatrice una ragazza in via Buffa; una scheggia provoca la morte di Bazzurro; altri quattro sono feriti. Alle ore 11 si decide di trattare perché le cose potrebbero peggiorare. Parte per la Villa il comandante Berruti che riesce a raggiungere la batteria. Alle ore 12 c'è la tregua. Alle ore 14 i tedeschi si arrendono con l'onore delle armi e raggiungono il loro raggruppamento di Torrazza sopra Prà in attesa di consegnarsi agli americani. Il 25 muore Gian Carlo De Filippi colpito per sbaglio da un altro partigiano a Mele e così erano 7.
Il 28 aprile arrivano a Voltri le prime avanguardie americane. Per i voltresi la guerra era finita: si piange e si festeggia ad un tempo, si regolano nel sangue i conti con il passato. Si scoprono una cinquantina di morti sepolti dai tedeschi al Passo del Turchino. Cala il sipario sulla più grande tragedia che mai si era rappresentata dalle nostre parti.