Quell’araba fenice dell’Unione

Tra le sofferenze della sinistra antagonista e la confusione del caravanserraglio del gruppo dipietrista al Senato, la vita del governo di Romano Prodi si fa ogni giorno più difficile. Dopo anni di lite parlamentare il presidente del Consiglio dovrebbe sapere che il continuo ricorso al voto di fiducia è un errore perché di fiducia si muore. Più ancora delle vicende parlamentari, però, il governo Prodi è messo a rischio da un processo più difficile e delicato, quello della formazione del famoso partito democratico che somiglia sempre più all’araba fenice di cui si diceva che tutti sapevano che ci fosse ma nessuno sapeva dov’era. Nonostante gli sforzi della Margherita ed in particolare di Francesco Rutelli, gli ostacoli sulla strada del nuovo partito aumentano ogni giorno di più. Ultime in ordine di tempo sono le posizioni assunte con molta forza e coraggio da tre autorevoli diessini. Fabio Mussi, ministro per l’Università e leader della minoranza, Cesare Salvi e Gavino Angius hanno sparato a palle incatenate su questo confuso processo politico che se andasse avanti farebbe tramontare per sempre la possibilità di avere anche in Italia un partito socialista iscritto a pieno titolo nel filone culturale e politico del socialismo europeo. Da questa considerazione, pur se da posizioni diverse, si sono mossi Mussi, Salvi e Angius per chiedersi se non fosse giunto il momento per orientare gli sforzi di tutti per ricomporre quell’area socialista attraversata negli ultimi ottantacinque anni di vita politica da continue rotture, alcune delle quali drammatiche. Riprendere il filo di un processo comune per mettere insieme chi si riconosce nel partito socialista europeo e tornare a guardare ai movimenti socialisti nazionali è fondamentale per la sinistra italiana. Zapatero, Fabius, i socialdemocratici tedeschi orfani di Schröder e i laburisti di Blair tentano a loro volta di coniugare insieme vecchie visioni delle società europee con le nuove sfide che la globalizzazione e l’egemonia dei poteri economici stanno ponendo a tutte le classi dirigenti. Un percorso di questo genere non solo è nella linea del socialismo europeo ma è capace di mettere in moto un processo analogo nell’area del Partito popolare europeo semplificando così la vita politica italiana. Mussi, Angius e Salvi sanno che ci possono anche essere diversità di opinioni su alcune grandi questioni con i socialisti di Boselli o con quelli di Craxi e di De Michelis e con tanti altri ancora oggi sparsi in mille partiti diversi, ma c’è tra loro una storia comune o contigua che non può non avere il suo peso per dare all’Italia un partito socialista di massa a fronte di quello striminzito 17 per cento che hanno raggiunto gli attuali diessini. Fassino e D’Alema devono da parte loro sapere che l’iniziativa di Mussi, Salvi ed Angius è seria e si inscrive in quella esigenza del riassetto della politica italiana non più procrastinabile. Il partito democratico, al contrario, per la eterogeneità delle sue radici, per la confusione della futura collocazione politica in Europa (dentro o fuori il Pse?), per la contraddittorietà delle proposizioni programmatiche frutto dell’assenza di un comune codice culturale di decodificazione dei nuovi fenomeni sociali economici rappresenterebbe la fase finale di un sistema politico avviato all’implosione. Il futuro politico di Prodi è legato proprio a questo tentativo di mettere insieme nel Partito democratico democristiani, diessini, ex radicali, dipietristi ed altre sottospecie culturali e personali nate in questi anni (e il termine non suoni offesa) senza rendersi conto che tutto ciò sarebbe una sorta di carro di Tespi incapace di essere punto di riferimento della sinistra italiana e di quella parte che ancora oggi si definisce di centro. Il tempo, però, in politica non è una variabile indipendente e se Mussi, Salvi e Angius e tanti altri non attiveranno rapidamente quel processo di ricomposizione di una nuova sinistra socialista, non farebbero né l’interesse del proprio partito, né quello del Paese. Chi dovesse, al contrario, immaginare che la vita di un governo vale più di una nuova stabilità politica finirà per perdere il governo ed aiuterà il nefasto sfarinamento della politica italiana.