Quell’architettura firmata BBPR

C he la Torre Velasca si ispirasse alla senese Torre del Mangia molti milanesi non potevano sospettarlo. Così come la Milano di oggi è in gran parte ignara della congerie di aneddoti che costituiscono il patrimonio storico dello studio BBPR. L'acronimo indica il gruppo di progettisti costituito nel 1932 da Gian Luigi Banfi, Lodovico Barbiano di Belgiojoso, Enrico Peressutti ed Ernesto Nathan Rogers. Ormai tutti scomparsi, ma tutti nati tra il 1908 e il 1910, motivo per cui Milano ne ricorda il «centenario» al Politecnico: con un convegno (oggi dalle 9.30, aula Rogers) e una mostra (fino all'11 dicembre, atrio Facoltà di Architettura) su Belgiojoso e con una tre giorni di lavori internazionali su Rogers da domani al 4 dicembre (Aula De Carli).I quattro, neolaureati proprio al Politecnico, si insediarono in città con il loro studio, che avrebbe firmato uno dei progetti destinati a cambiare il volto del capoluogo lombardo, appunto la Torre Velasca. Quello studio aveva peculiarità straordinarie, spiega l'architetto Vittorio Gregotti, allievo di Rogers: «In via dei Chiostri si potevano incontrare Alvar e Aino Aalto, Walter Gropius o Corbusier, ma anche artisti come Calder, Steinberg o Fontana. Ancora per tutti gli anni Sessanta la libreria Einaudi di Milano, disegnata dai BBPR, rimase ogni sera verso le 19, con la regia di Elio Vittorini, il luogo di ritrovo e di dibattito». Aggiunge uno degli assidui frequentatori e amici, il critico Gillo Dorfles: «Non erano noti come "gli architetti", ma ciascuno con un nomignolo e le conversazioni che facevamo, su musica, arte, architettura, all'inizio ancora nell'appartamento privato di "Giangio" Banfi, certo non avvenivano in altri studi». Sempre uniti, i quattro. Al Parini. Al Politecnico. Nella casa di Banfi in via Moscova, dove prima di aprire lo studio, progettavano sul tavolo da ping pong. Al Genio di Pavia a fare il militare e a coglier l'occasione per partecipare al concorso per il piano regolatore della cittadina. Nella Milano liberal a incontrarsi con Antonio Banfi, Enzo Paci, Vittorio Sereni e lo stesso Dorfles e a dividersi tra le redazioni di Domus (di cui Rogers fu direttore) e di Casabella Continuità. Nel 1945, una delle B si perse, perché Banfi morì a Mathausen. Ai tre grandi nomi rimasti spettò continuare l'opera, che portò tra l'altro, solo a Milano, alla Torre Velasca e al museo del Castello nel 1958, all'ex cinema Mediolanum e alla casa di piazza Meda.