Quell’autorevole porcheriola

«Mi hanno fatto firmare una porcheriola». Ha detto proprio così il segretario del più importante sindacato italiano, Guglielmo Epifani. Non sono un esperto di questioni sindacali: di queste mi interesso, come penso la stragrande maggioranza degli italiani, quando mi riguardano più o meno direttamente. Però penso anche che nel linguaggio ci sia la parte fondamentale di conoscenza della verità. «Una porcheriola» è peggio che «una sciocchezza»: è qualcosa che con un po’ di buon gusto, buonsenso e competenza dovrebbe essere accuratamente evitata perché è disgustosa, inutile e idiota.
Dunque, Epifani ha firmato un documento disgustoso, inutile e idiota che gli ha sottoposto il presidente del Consiglio Romano Prodi.
Chi osserva con un minimo di disincanto il fatto, venendone a conoscenza semplicemente attraverso i quotidiani, rimane un po’ disorientato. Intanto, perché Prodi è così perfido da far firmare una porcheriola al più importante sindacalista italiano? I casi sono due: o il presidente non si è accorto della piccola porcheria, o la conosceva così bene che ha pensato: mors tua vita mea. (La morte ovviamente è di Epifani). Comunque, in entrambi i casi, un esempio di gestione illuminata del Paese.
Ma non sono Prodi e il suo governo ad interessare: ormai di loro c’è poco da dire. L’argomento interessante è proprio chi firma e a nome di chi firma la porcheriola.
Se vado indietro nel tempo, basta un po’ di memoria per ricordare tutta un’altra immagine della Cgil e dei suoi segretari. Di Vittorio con le sue lotte accanite per difendere i diritti e i salari dei lavoratori, ma con uno spirito costruttivo nell’epoca di un’Italia da risollevare dopo i disastri della guerra, che gli conferiva grande considerazione e stima anche da parte degli avversari. Mi viene in mente Lama, che sigla quell’accordo disastroso sulle pensioni che ancora ci trasciniamo, o che nel ’76 con la vicenda della scala mobile fa esplodere l’inflazione. Però fu uomo inflessibile e decisivo nella lotta al terrorismo, autorevole contro la possibile deriva estremistica del sindacato, come fu autorevole con i governi di centrosinistra che mise più volte in ginocchio.
E lo stesso Cofferati era uomo che si faceva rispettare: giù a testa bassa contro il governo di centrodestra con scioperi giganteschi e immotivati per presentare se stesso come il vero leader politico della sinistra all’opposizione. Insomma, senza tanti dettagli storici ci si ricorda di un sindacato forte e temuto, di suoi leader autorevoli e scaltri. Adesso abbiamo un sindacato che si fa fregare da Prodi, il cui segretario generale Epifani allarga le braccia e con sconforto dichiara di aver firmato una porcheriola.
Io, a un leader così, non darei neppure cinque lire del mio stipendio... ma questo non è un problema. Anzi, da un certo punto di vista è anche un bene quello che sta succedendo: ci saranno lavoratori a cui sarà venuto qualche dubbio nel continuare a versare una buona percentuale del loro stipendio a chi li rappresenta con tanta evanescenza e superficialità.
E, sempre da quel punto di vista, non è tanto male che nel nostro Paese il maggior sindacato perda quella forza di interdizione che sta bloccando lo sviluppo della società. In fondo, la firma di Epifani sotto una porcheriola non è che lo specchio della crisi della Cgil che fatica a seguire le trasformazioni nel mondo del lavoro. Oggi le dinamiche del progresso economico non passano più per le grandi fabbriche e di conseguenza l’ottica sindacale è passata dalla fabbrica al potere politico, mettendo il naso dappertutto, bloccando ogni iniziativa di sviluppo pur di mantenere il potere. Che un sindacato così arroccato e così conservatore perda colpi e si faccia fregare nelle contrattazioni, non è una cattiva notizia. Ma c’è un «però», almeno per coloro che desiderano vivere in una società che sia libera ma anche autorevole.
È assurdo pensare che in un mondo complesso come il nostro sparisca il sindacato, che deve svolgere un ruolo di difesa dei lavoratori e di allargamento dei loro diritti. Se perciò è necessario un sindacato capace di rinnovarsi con i cambiamenti sociali, è anche fondamentale la sua autorevolezza per essere credibile e responsabile nelle contrattazioni. Una realtà purtroppo grottescamente lontana da quella di oggi, in cui troviamo che il maggior sindacato italiano è il più conservatore d’Europa e che il suo segretario riesce a farsi fregare dal governo più debole e screditato di tutta la nostra storia repubblicana.
Stefano Zecchi