Quell’avventura nel regno dell’orso e del caribù

di Ferruccio Repetti

«Non conta quello che trovi alla fine della corsa, ma quello che provi correndo». Se le gira e rigira in testa, queste parole, lui che fa l’avvocato con studio a Genova in via Venti, e per anni ha sognato di essere lì, a marciare nel Paese del grande freddo e degli sconfinati orizzonti, nella terra dell’orso e del caribù. In Alaska. Dove lui c’è, adesso, finalmente: con le racchette da neve ai piedi, lo zaino, la slitta. E, per compagno di viaggio, la Natura.

La gara estrema. È ormai in vista del traguardo, dopo aver percorso i 563 chilometri della Iditarod Trail Invitational, la più lunga, la più dura, la più gelata «gara estrema» del mondo. Ma prima... Prima di tutto si è allenato, Francesco Ghigliotti, 49 anni, moglie e tre figli, fisico asciutto, non superman, ma con volontà e determinazione d’acciaio. Dopo le ore in ufficio e in tribunale, praticamente ogni giorno s’è messo un bel po’ di carico in spalla, e: «Via!», per salite e discese, dalle alture di Genova all’alta montagna. I polmoni si dilatano, il cuore è pronto ad assecondare lo sforzo? No: sono gli orizzonti che si dilatano, è la mente che è pronta ad assecondare i muscoli, a fornire nuova energia quando l’acido lattico costringerebbe al riposo.

La partenza. «Comanda la testa. Per arrivare in fondo all’Iditarod - dice sempre lui, l’avvocato che corre nel grande freddo - serve, senza dubbio, la forza fisica. Ma quello che vale di più è la capacità di resistere alle difficoltà affrontandole con intelligenza, cercando di capire le proprie debolezze e i propri limiti, per tentare di superare entrambi». A cominciare dal lago Knik, domenica 1° marzo, le 14 ora locale, alla partenza della prima tappa. Sono «solo» 85 chilometri, «attraverso boschi, laghi e fiumi ghiacciati, dove di notte la temperatura scende a meno 30, con il vento teso» che spinge in faccia il nevischio trasformandolo in tanti aghi acuminati.

Sulle orme di Balto. È lì la vera origine della sfida Iditarod: da quel quattro zampe che, da cucciolo, pareva meno forte, meno furbo, meno disponibile, meno tutto, e poi, una volta messo in testa alla muta di cani da slitta, ecco che diventa leader. E quando bisogna raggiungere il presidio medico per portare la medicina che può guarire tanti bambini ammalati di difterite, a chi si rivolgono i bipedi? Al quadrupede. Balto, proprio lui, che sembrava in un modo, e invece era differente. Anche perché era un po’ matto. Perché ci vuole un matto, intelligentissimo cane per correre per tanti chilometri - e gli altri siberian husky come lui, a tirare la slitta -, in mezzo alla bufera, attraversando fiumi e laghi ghiacciati, salite e discese, passaggi micidiali, per portare la medicina che salva tante vite che i bipedi umani non sarebbero in grado di salvare... Così Balto s’è guadagnato un bel pezzo di merluzzo secco, poi qualche biscotto e tante carezze, che non costano niente, ma l’hanno fatto felice. E s’è anche guadagnato - ma quando se n’era già andato da un pezzo nel Paradiso degli altruisti, dove gli animali sono la maggioranza - s’è guadagnato, ricordiamo, un film di Spielberg e altri lungometraggi, la lapide sul monumento a Central Park e, soprattutto, il ricordo. Fino a questa Iditarod che, in fondo, (ma anche in cima, in cima ai pensieri dei partecipanti) si è ispirata a lui, il quattrozampe più matto e più generoso del mondo. Che è come dire la stessa cosa.

I concorrenti. Pensa a questo, Ghigliotti, quando marcia nella tempesta. Lui è uno dei cinquanta concorrenti, selezionati da mesi. Qualcuno ha per meta McGrath, qualcun altro vuole spingersi più lontano, fino a Nome, 1800 chilometri di neve e fatica, di ghiaccio e fatica, di bufera e fatica, di fatica e fatica. E di gioia tutta interiore, di vittoria personale sulla paura e sull’accidia, sul tran tran casa-ufficio-reality e calcio in tv. Chissà. Chissà cosa passa per la testa dell’avvocato e degli altri quarantanove: meccanici, manager, piccoli imprenditori, artigiani, giovani di belle speranze, tutti con le ali ai piedi. Gente che ha puntato la sfida, e, chilometro dopo chilometro, in bicicletta o con la slitta, e col sacco a pelo, qualche capo di ricambio e un po’ di roba da mandar giù nello stomaco quando c’è tempo di fermarsi, ha guadagnato ad uno ad uno i posti di controllo. Yentna, Skwentna, Finger Lake, Rainy Pass - «com’è terribile la salita alla cima, dopo una nevicata così abbondante da farci affondare fino alla cintola!» -, e poi Rohn, Nikolai, già in vista, si fa per dire, del traguardo. Per fortuna che lo scenario - sempre che si riesca a vedere... - è da urlo. Montagne, altipiani, teoria di saliscendi, pianure, e foreste che somigliano a labirinti, e anche alci che si mettono di traverso sul sentiero e non si spostano neanche a pregare. E fiumi ghiacciati su cui scivolare in velocità, con due alternative davanti: o guadagnare ore di percorso recuperando le forze, o finire a bagno nell’acqua gelata per aver bucato lo strato in superficie. Per fortuna - dice Ghigliotti - che ogni tanto, non sempre, ti puoi fermare a mangiare o dormire in una baita, la «cabin», con il tetto e le pareti di legno. Come nelle favole. Solo che, in certi casi, come al Rainy, appunto, capita che ci siano le pareti, ma che il tetto lasci vedere le stelle.

Il gigante. Ma capita anche che, un bel giorno, come se sbucasse dalla regione della fantasia, ti si pari davanti un gigante barbuto con la sua bella moglie, di tanto più minuta. Vivono lì, da soli, per il tempo «che gli va»; a volte vanno a fare un salto in paese, che non è proprio lì vicino, poi tornano alla loro cabin. Capita che quei due che sembrano usciti dall’epoca dei pionieri ti vogliano mostrare quello che ha combinato un orso «che è salito sul tetto dove avevamo messo una provvista di carne per non farcela mangiare dai lupi. E invece ti arriva quello, un bestione affamato, che salta e cerca di rubare il bocconcino. Per poco non mi butta giù la casa!». Poi, capita che il gigante e la compagna ti invitino a sedere a tavola, per un pasto caldo e un paio d’ore di ospitalità e allegria, verrebbe da dire: di amicizia, fra persone sconosciute che chissà se si rivedranno mai. Oppure, è certo che si incontreranno ancora l’anno che verrà, alla prossima Iditarod, Southern Route. Prima nel bosco, poi a tavola, sempre in amicizia. Col cuore e con la mente aperti.
Come si conviene a chi sogna, cerca e finalmente vive la sua bella e grande Avventura.