Quell’eredità che divide gli ultimi nipoti di Togliatti

Una memoria ingombrante, che divide i post-comunisti in due opposti fronti: chi ritiene indispensabile dissociarsi totalmente dal «male assoluto» del comunismo, e chi invece rivendica con orgoglio la vecchia militanza nel Pci, accusando invece di opportunismo il revisionismo (a scoppio ritardato) di certi leader della sinistra italiana. Molti, per marcare la distanza da quell’errore, sono passati all’anticomunismo più duro. Renzo Foa, già direttore dell’Unità e oggi direttore editoriale del quotidiano Liberal, è tra questi: «I figli di Berlinguer non riescono a fare i conti col loro passato, perché sentono di non avere altre radici. Ma l’unico modo di riconoscere la realtà storica è andare fino in fondo, non si può riconoscere a metà. Il giudizio deve essere definitivo. Quando mi sono dissociato io dal comunismo l’ho vissuto con un grande senso di liberazione. Questa sinistra non riesce a dire la verità in pubblico, magari lo fa solo in privato. Continuano a non fare i conti con la propria storia, per paura di concedere armi a quello che non considerano un avversario, ma un nemico. Il rinnovamento del Pd è fallito. Sulle foibe, sui gulag, dovrebbe essere naturale un senso di vergogna, per aver partecipato a una storia che ha fatto quelle cose. Dovrebbero trarre le conseguenze di tutto questo, ma non ce la fanno».
Dalla parte opposta sta Massimo Cacciari che, da ex comunista, si scaglia contro le scuse tardive e posticce dell’ex comunista Violante: «Le foibe, se n’è accorto adesso Violante? Ma che scoperta è? Io quando mi ero iscritto ventenne al Pci ero il più feroce antistalinista che esistesse. Ricordo mozioni durissime sull’Urss, sapevo benissimo delle foibe e dei crimini stalinisti, ma pensavamo che il partito fosse uno strumento per raggiungere alcune riforme profonde. Un’onta essere stato comunista? Ma io sono orgoglioso di essere stato nel Pci! Chi non è orgoglioso, tra i dirigenti del Pd, forse è perché ha coltivato posizioni di compromesso e di mediazione. Ma sul Pci ci sono leggende totali, dire che fosse un covo di stalinisti è una bugia colossale. Nel partito c’erano stalinisti, certo, ma c’erano anche antistalinisti che militavano nel partito per tutt’altri motivi. Il passato comunista ormai viene usato dalla politica in termini biecamente strumentali, da una parte e dall’altra». Anche dal Pd? «Sì, certo, chiedere perdono per il passato non ha senso storico, la storia è tragedia. Chi non fa l’anacoreta ma sta nella storia può anche sbagliare, in grande». Ma chi ha difeso le scelte del Pci di allora non deve chiedere scusa? «No, non deve chiedere perdono, deve ricostruire piuttosto la sua storia, deve spiegare le sue posizioni, alcuni errori magari sono ingiustificabili, altri possono essere compresi in quel contesto storico. Ma comprendere non vuol dire giustificare».
Lo storico Piero Melograni, iscritto al Pci dal 1946, ne uscì nel 1956 insieme a altre cento persone (i cosiddetti firmatari del «Manifesto dei 101»), in polemica contro la linea del Partito comunista italiano sulla repressione sovietica in Ungheria. Melograni accusa i suoi colleghi storici, e di riflesso anche gli esponenti della sinistra italiana che hanno frettolosamente tagliato i ponti con il loro passato comunista, rinnegandolo per comodità elettorale: «Non è mai stata scritta una storia vera del Pci, e questo ha danneggiato soprattutto gli ex comunisti, come Violante, che non hanno coscienza del loro passato. Non è stata scritta una storia del Pci perché gli storici di sinistra non hanno mai avuto il coraggio di raccontarla. Hanno paura, siccome hanno scritto balle tutta la vita continuano a farlo, anche se alla sinistra converrebbe conoscere la sua storia. Per esempio la sudditanza del Pci verso l’Urss non è poi così vera. Togliatti fu sempre molto critico. La “vergogna” di Violante? Ma le foibe erano note e stranote. L’ex presidente della Camera non ce la fa ad andare fino in fondo, perché da solo non si può mettere contro tutti, perché non è stato mai promosso un lavoro storico sul ruolo del Pci. Gli Istituti Gramsci fanno pena da questo punto di vista. Ma il Pci è stato profondamente diverso dagli altri Partiti comunisti europei».